ZIPPO (Romanzo a puntate)

ZIPPO (La Gabbia)

Prima puntata

Di Andrea Pauletto


Giorni di osservazione. Il mio sguardo sempre attento, pronto. Nessun occhio su di me. Non lo sopporto. Odio sentirmi osservato. Non ho mai amato le persone curiose. soprattutto quei cani falsi che ti guardano, poi, appena te ne accorgi, si voltano dall’altra parte apposta, facendo finta di nulla. -Mi stava guardando?- , -Chi, io?- , dicono. -Sì, lei!- , dico io. Si comportano come se non fosse successo niente. Ti prendono per pazzo. Cercano in tutti i modi di farti fare sempre la parte dello… psicotico. Chiamatelo come volete.

Hanno il potere di farti sentire così. Psicotico! Non vivo un mio personale distaccamento dalla realtà. Io, ho i piedi ben saldi nella terra! Vivo nella mia, e per la mia, terra. Qui ho tutto e sono, tutto! Basto a me stesso e ogni giorno puntuale e preciso accendo l’ auto e percorro i miei soliti due chilometri e cinquecento metri. Due chilometri e cinquecento metri di strada a senso unico che mi portano dove sto meglio, in pace con me stesso e con tutto ciò che mi circonda. Nessuno mi disturba, nessuno mi guarda, nessuno… mi giudica. Riesco a provare mille emozioni. Tranne l’ odio. Mi dimentico di ogni cosa. Cammino leggero a passi lenti sul mio orto. Il mio spazio. Piccolo paradiso ricavato dal nulla con amore, pazienza e lavoro duro. Porto sempre con me quattro taniche da venticinque litri piene d’ acqua. Devo dare da bere alle mie creature, io. Non posso trascurarle. Hanno bisogno di cura e devozione. Io offro loro la cosa più importante che Dio ha creato. Acqua. Pulita, potente, vitale, cristallina e limpida. Come i suoi occhi. Grandi, pieni e tristi. Se ne sta li, accovacciato ai piedi del più vecchio dei miei alberi. Trema. Ha paura, credo. L’ ho osservato per molto tempo. Non mi era mai capitato di trovarmelo di fronte in questo modo. Sto vivendo una situazione curiosa. Mi sento a disagio. Sono allibito. Non so cosa fare.

Un enorme imbarazzo si impossessa del mio corpo, lentamente. Dalla terra ai piedi fino ad arrivare dentro la testa. Sono invaso dall’ imbarazzo. Ho svuotato le taniche dall’ acqua. Lui invece ha calpestato, forse, senza volerlo, i frutti della mia terra. Capisco subito. Non l’ ha fatto apposta. Ora l’ imbarazzo lascia posto alla rabbia. Ha addirittura cercato di mangiare uno dei miei pomodori. La sua bocca è sporca. Una parte del mento è coperta da una parte della pelle rossa del mio preziosissimo frutto. Se ne rende conto? Capisce di essere ridotto male? -Hai rubato i miei frutti! Perché? Non ti è bastato calpestare l’ insalata ed il resto?!- Niente, nulla. Silenzio. Non parla. Apre la bocca come fosse un pesce ma non dice una parola. -Che stavi facendo qui? Rispondimi!-

La mia rabbia lentamente si affievolisce fino a diventare pietà. Continua ad aprire la bocca senza però riuscire a pronunciare una sola parola. Non ce la fa, sembra bloccato da una forza sconosciuta. Trema ancora. Sporco di fango e pomodoro. Ha i nervi completamente tesi, lo vedo. Provo pena e commozione. Cerco di aiutarlo in qualche modo, tendo la mano verso di lui. Voglio aiutare questo cucciolo dagli occhi grandi e tristi. Non riesco ad afferrargli la mano. Decido di prenderlo per la manica del maglione. Devo riuscire a fare in modo, tirandola, che lui si alzi. Ce la posso fare, ma è forte e tenace, non vuole, si aggrappa al terriccio come avesse artigli di falco. Tiro più forte che posso. -Te ne devi andare, questa è la mia terra! Vattene! Torna a casa!- Perdo la pazienza. Con forza lo sbatto contro l’ albero. Piange. I suoi occhi perdono acqua. Mi fissa. Fatico a crederci. Mi guarda dritto negli occhi, come volesse alzarsi in piedi ed uccidermi; farmi male.

-Non ti voglio fare del male. Voglio solo… riportarti… a casa. Alzati, ti prego. Ti porterò da tua madre. Avanti. Non costringermi ad essere duro. Non dovevi venire qui.- -Volevo solo giocare, signore.- Voleva solo giocare, lui. Mi ha quasi distrutto l’ orto. Ha calpestato la mia terra senza rispetto, perchè voleva giocare come fanno i bambini. Giochiamo ancora. Sorridi. Dammi la mano. non avere paura. Smetti di tremare. Asciugati gli occhi e vieni con me. Lasciati andare. Fatti guidare. Non pensare a nulla. Giochiamo. Ancora. Io sono il tuo scudiero. Tu il mio padron guerriero. Hai avuto coraggio ad uscire da quella casa. Sapevi di rischiare ma l’ hai fatto. Sei uscito con coraggio dalla tua violenta gabbia. Tu, guerriero folle, ora, devi tornare. Forse un giorno riuscirai ad indossare ancora la tua lucente armatura ed a fuggire nuovamente. Oggi no. Ti riporto tra di loro. A casa. In gabbia. ione. Il mio sguardo sempre attento, pronto. Nessun’ occhio su di me. Non lo sopporto. Odio sentirmi osservato. Non ho mai amato le persone curiose. soprattutto quei cani falsi che ti guardano, poi, appena te ne accorgi, si voltano dall’altra parte apposta, facendo finta di nulla. -Mi stava guardando?- , -Chi, io?- , dicono. -Sì, lei!- , dico io. Si comportano come se non fosse successo niente. Ti prendono per pazzo. Cercano in tutti i modi di farti fare sempre la parte dello… psicotico. Chiamatelo come volete. Hanno il potere di farti sentire così. Psicotico! Non vivo un mio personale distaccamento dalla realtà. Io, ho i piedi ben saldi nella terra! Vivo nella mia, e per la mia, terra. Qui ho tutto e sono, tutto! Basto a me stesso e ogni giorno puntuale e preciso accendo l’ auto e percorro i miei soliti due chilometri e cinquecento metri. Due chilometri e cinquecento metri di strada a senso unico che mi portano dove sto meglio, in pace con me stesso e con tutto ciò che mi cisconda. Nessuno mi disturba, nessuno mi guarda, nessuno… mi giudica. Riesco a provare mille emozioni. Tranne l’ odio. Mi dimentico di ogni cosa. Cammino leggero a passi lenti sul mio orto. Il mio spazio. Piccolo paradiso ricavato dal nulla con amore, pazienza e lavoro duro. Porto sempre con me quattro taniche da venticinque litri piene d’ acqua. Devo dare da bere alle mie creature, io. Non posso trascurarle. Hanno bisogno di cura e devozione. Io offro loro la cosa più importante che Dio ha creato. Acqua. Pulita, potente, vitale, cristallina e limpida. Come i suoi occhi. Grandi, pieni e tristi. Se ne sta li, accovacciato ai piedi del più vecchio dei miei alberi. Trema. Ha paura, credo. L’ ho osservato per molto tempo. Non mi era mai capitato di trovarmelo di fronte in questo modo. Sto vivendo una situazione curiosa. Mi sento a disagio. Sono allibito. Non so cosa fare.Un enorme imbarazzo si impossessa del mio corpo, lentamente. Dalla terra ai piedi fino ad arrivare dentro la testa. Sono invaso dall’ imbarazzo. Ho svuotato le taniche dall’ acqua. Lui invece ha calpestato, forse, senza volerlo, i frutti della mia terra. Capisco subito. Non l’ ha fatto apposta. Ora l’ imbarazzo lascia posto alla rabbia. Ha addirittura cercato di mangiare uno dei miei pomodori. La sua bocca è sporca. Una parte del mento è coperta da una parte della pelle rossa del mio preziosissimo frutto. Se ne rende conto? Capisce di essere ridotto male? -Hai rubato i miei frutti! Perchè? Non ti è bastato calpestare l’ insalata ed il resto?!- Niente, nulla.

Silenzio. Non parla. Apre la bocca come fosse un pesce ma non dice una parola. -Che stavi facendo qui? Rispondimi!- La mia rabbia lentamente si affievolisce fino a diventare pietà. Continua ad aprire la bocca senza però riuscire a pronunciare una sola parola. Non ce la fa, sembra bloccato da una forza sconosciuta. Trema ancora. Sporco di fango e pomodoro. Ha i nervi completamente tesi, lo vedo. Provo pena e commozione. Cerco di aiutarlo in qualche modo, tendo la mano verso di lui. Voglio aiutare questo cucciolo dagli occhi grandi e tristi. Non riesco ad afferrargli la mano. Decido di prenderlo per la manica del maglione. Devo riuscire a fare in modo, tirandola, che lui si alzi. Ce la posso fare, ma è forte e tenace, non vuole, si aggrappa al terriccio come avesse artigli di falco. Tiro più forte che posso. -Te ne devi andare, questa è la mia terra! Vattene! Torna a casa!- Perdo la pazienza. Con forza lo sbatto contro l’ albero. Piange. I suoi occhi perdono acqua. Mi fissa. Fatico a crederci. Mi guarda dritto negli occhi, come volesse alzarsi in piedi ed uccidermi; farmi male. -Non ti voglio fare del male. Voglio solo… riportarti… a casa. Alzati, ti prego. Ti porterò da tua madre. Avanti. Non costringermi ad essere duro. Non dovevi venire qui.- -Volevo solo giocare, signore.- Voleva solo giocare, lui. Mi ha quasi distrutto l’ orto. Ha calpestato la mia terra senza rispetto, perchè voleva giocare come fanno i bambini. Giochiamo ancora. Sorridi. Dammi la mano. non avere paura. Smetti di tremare. Asciugati gli occhi e vieni con me. Lasciati andare. Fatti guidare. Non pensare a nulla. Giochiamo. Ancora. Io sono il tuo scudiero. Tu il mio padron guerriero. Hai avuto coraggio ad uscire da quella casa. Sapevi di rischiare ma l’ hai fatto. Sei uscito con coraggio dalla tua violenta gabbia. Tu, guerriero folle, ora, devi tornare. Forse un giorno riuscirai ad indossare ancora la tua lucente armatura ed a fuggire nuovamente. Oggi no. Ti riporto tra di loro. A casa. In gabbia.

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