FATTO

Di Andrea Pauletto


 

 

Marco lavora quasi tutti i giorni in fabbrica. Per via della crisi e della disoccupazione della moglie, sei giorni su sette lavora.

Passa nove ore in officina, la mattina alle otto in punto si piazza di fronte al suo tornio e modella pezzi di metallo che diventeranno poi cilindri per automobili. Tutto il giorno, per otto ore, con solo mezz’ ora di pausa lui lavora instancabilmente. A volte usa anche la fresa; ma preferisce il tornio. Marco dice che è più semplice e poi ormai ci si è affezionato. E’ da molti anni che ci lavora. Da quando ha sedici anni sta li. Per tutti è un tornitore. Non conosce altro lavoro.

Se qualcuno dovesse chiedergli, – chi sei? – Lui risponderebbe, – sono un operaio, un operaio specializzato. –

Lo specialista del tornio finisce tutte le sere alle diciotto e trenta. Passa prima dal bar, discute con qualche amico di politica e lavoro, ordina i suoi due soliti Negroni, li sorseggia lentamente; ama il Negroni, è forte, molto, ma lui ormai ci è abituato, non si ubriaca mai, non ha l’abitudine di mischiare. Beve solo Negroni. Due, tre, anche quattro a volte e rimane sempre apparentemente lucido. Comunque non esce mai dal bar in condizioni pessime. Regge. E’ uno che regge. Molti direbbero che è un bevitore intelligente.

Finiti i suoi due beveroni super alcolici, saluta gli amici, operai come lui, sale in macchina e vola a casa in tempo per la cena.

Martina ha fatto le pulizie tutto il giorno, la casa faceva schifo, sporca e piena di polvere… è riuscita a trovare il tempo anche di fare la spesa nel tardo pomeriggio. Il frigorifero era vuoto. Ha acquistato di tutto! Non ha badato a spese. E’ contenta. Per le prossime due settimane non dovrà più passare quasi un intero pomeriggio al supermercato. E’ soddisfatta. Stanca ma soddisfatta. Il frigorifero è pieno e la casa brilla. Il cesso poi, è uno specchio! Ha anche trovato il tempo di correre dal parrucchiere per farsi i capelli. Vuole essere bella, sentirsi bene, potersi guardare allo specchio e dire, – Bella, oggi mi piaci! –

Marco glielo ripete tutte le sere. Dopo il bar.

Scende dalla macchina, entra in casa, le sorride e ripete queste magiche parole alla sua Martina. Basta poco per farla contenta. Le bastano poche parole, semplici ma dolci. Bella. Mi piaci.

La vita è dura, il periodo storico non è favorevole ma i due riescono sempre a cavarsela. Non navigano nell’ oro ma ce la fanno sempre. Anche solo con il lavoro di Marco alla fine del mese ci arrivano.

A cena si parla poco, sono esausti. L’ unica frase che esce, tutte le sere, dalla bocca di Marco è – hai trovato qualcosa? –

E tutte le sere Martina in silenzio, solo con un’occhiata, risponde in modo negativo. Niente! Il deserto. Di lavoro non ce n’ è!

L’ abbondante cena preparata con cura da Martina finisce insieme all’ ultimo servizio che chiude il telegiornale. Sono le venti e trenta. Il caffè è quasi pronto. Marco, pulito, sbarbato e profumato lo è già da un pezzo. Il grasso dell’officina che invadeva le sue mani è stato sciacquato via dall’ acqua e sapone della doccia quasi un’ora prima. Un sorso di caffè sufficiente a svuotare la tazzina e… via. Saluta la donna e vattene. Via. E’ sabato. Sono le ventuno in punto. Chiama, avanti è già tardi. Lo stipendio lo hai preso. Hai fatto anche un sacco di lavoro extra questo mese. Te lo meriti del resto. Il culo tutti i mesi ti fai, sei giorni su sette. Oggi è sabato ed hai lavorato fino alle diciotto e trenta, cazzo.

Te lo meriti. Esci da quella casa. Martina poi è stata brava. La casa uno specchio l’ha fatta diventare. Quella donna è un tesoro.

Si preoccupa però. Non dice nulla è silenziosa ma sai che si preoccupa sempre per te. Tu però non ci puoi fare nulla devi andare e correre.

Prima al bar dai tuoi amici, salutare, sorridere, dialogare, dire cose apparentemente sensate, che alla fine poi non portano mai ad un cazzo, bere altri due e profumati Negroni e poi, via, di nuovo, verso chissà dove. Dove vai? Marco, dove vai? Lo sai che Martina si preoccupa. Ma sta zitta, non dice nulla, incassa solamente. Del resto sei l’unico che lavora in casa. Ti puoi permettere qualunque cosa. Puoi fare quello che vuoi, non correre però. Chiama, prima e vedi se c’ è. Detto, fatto. C’ è!

Ora ti puoi rilassare.

E’ rilassato Marco. Sta bene ora. Esce dal bar e con calma mette in moto la sua auto. Ha un appuntamento. Importante. Il tradimento si sta consumando. Martina sa tutto ma non dice nulla. Se ne sta a casa, sola, guarda la tv sperando che non succeda un’altra volta.

Ma è difficile. Marco ritorna da lei. E’ da più di un mese che non si vedevano. Ma ora l’ha ritrovata, stava con Giulio, in un altro bar. Si sono incontrati, – Ciao Giulio, è qui? -, – Ciao Marco! Eccola! Ma non avevi chiuso con lei? –

Eri riuscito a non incontrarla più!

Sì, ce l’avevo quasi fatta. Ma oggi no! Voglio stenderla nella mia macchina dolcemente, la nel parcheggio. Me la voglio godere. Stare con lei. Parlarci, guardarla, spogliarla. Sono stressato, i soldi sono pochi, il lavoro è duro, i tempi difficili. Non ce la faccio da solo. Stasera ho bisogno di lei. La apro con forza. E’ tanta e profumata. Mi mancava.

L’ho stesa. Me la sono fatta tutta in meno di mezz’ ora.

Ho promesso alla mia donna che non l’avrei più incontrata. Ho promesso a me stesso che non ci sarei più ricascato.

Oggi no! L’ho stesa in macchina e me la sono fatta. Tutta!

Cinque botte e via! Direttamente al cervello. Sono fatto. Sono fatto, cazzo!

CI”LECCA”

Di Andrea Pauletto


Non ho fatto centro. Questa notte, qui, c’ è anche lei; che ha goduto ed io no. Ho toccato un fiume, un fiume; acqua. Che fiume. Una marea. Se l’ avessi raccolta tutta quell’ acqua avrei potuto dissetare mezza Africa. Lei ha goduto. Io no! Ti piace farle godere!? Bravo. E a te ci pensi? Hai pensato anche solo per un momento… al tuo cazzo? Povero Cristo. Sai solo leccare e infilare; certo, le dita; una, due, tre, quattro… bravo. Un bell’ applauso per Ivan. Il donatore di piacere. Colui che regala lingua e dita alla donna egoista, colui che la rende passiva e dominata. Ivan ce ne fossero di persone come te. Sei l’ amore incondizionato, il favore del gentil sesso. Sento gli applausi. Se la gente la fuori mi avesse visto, sarebbe rimasta impietrita. –COME FAI? COME HAI FATTO? COME FAI A DARE E BASTA? PER TE NULLA?! NON VUOI AVERE ANCHE TU QUALCOSA? COME FAI? COME HAI FATTO?- A me piace! Come ho fatto!? Che ne so. Lo faccio. Sono abituato così. Lo faccio e basta. Questione di altruismo. Mi piace baciarla, leccarla, toccarla e sentirla. Stringerla. Ci parlerei anche. Come faccio? Sono bravo. Qui è pieno di egoisti che pensano solo al proprio piacere, a riceverlo, io, invece do. Esaudisco la sua esigenza primaria. Godere! E… la faccio, godere, la stringo, la bacio… la lecco… la faccio… stare… bene. Non voglio altro io. Tutto quello che mi hanno tolto io do. A lei ora, ad un’ altra domani. Mi aspetta tutte le notti, pronta; non parliamo molto, se sì di cose senza alcun senso –COME VA, COME E’ ANDATA OGGI, DOMANI CHE FARAI- Cazzate insomma. La parola non è padrona del nostro tempo. Il Re padrone è solo il corpo, il silenzio è principe e la voglia di starci addosso è Regina. La stringo, la lecco, la bacio, la tocco, mi morde, mi graffia, le tengo la mano come fosse una figlia; sento il calore dei capelli scuri sulle mie spalle. Mi ha morso il collo. Sento dolore, me ne fotto. A lei piace. Anche a me. Lei conduce il tutto per ora. Io passivo… lascio che segua il suo istinto. Mi succhia la pelle come fosse un animale. Tocca continuamente ogni parte del mio corpo con unghie e mani, con il petto, le guance, la lingua. Io immobile come un tronco di pino, duro… diritto. Teso… così da farle sentire il mio corpo nervoso e pronto. Pronto a stringerla e a farle sentire quello che provo. Voglia. Voglia. Voglia… di stenderla su di un pavimento, leccarla dalla nuca fino ai piedi. Lentamente… lentamente anche ascoltarla, sentire il suo respiro. I suoi capelli appoggiati sulle mie spalle. Soffoco… ma che cazzo… la lingua in bocca. Me l’ ha infilata come fosse un chiodo. Giù, sempre più giù in fondo. Sì, in gola. Spinge; è forte… potente. Ci provo ma non riesco a gestirla. Ha proprio una gran voglia. Voglia di… dominare. Di dominare me, la mia lingua per ora. E poi? Cosa mi farà? Io adesso voglio solo riuscire a gestire la sua lingua che mi sta sfondando bocca e gola. Soffoco. C’ è solo la sua nella mia gola. Sento solo la sua lunga, potente ed affamata lingua. La mia non conta più. E’ sparita. La sento sì, ma si è fatta piccola piccola, insignificante, debole. Inutile… inutile io e il mio corpo immobile che non riesce a far nulla se non a subire la sua voglia. Ma il mio corpo ha delle responsabilità. Responsabilità. Non lasciarsi dominare mai, mai. E’ da deboli. Da deboli. Mai mostrare questo lato. Nemmeno in questi casi. Solo per poco. Per poco… farle credere di avere il potere. Solo per poco. Questo basta per scaldarla e lasciare che diventi umida al punto giusto! Ma è difficile ora… non ho mai resistito così a lungo. La sua lingua è forte… proprio forte. Potente, morbida. La mia, niente. Devo però sforzarmi. Reagire. Fare il possibile per risollevarmi da questa situazione, problematica. La sua bocca è spalancata sulla mia; quasi non passa aria. Ci fosse qui il Re avrebbe saputo lui cosa fare. L’ avrebbe morsa sul labbro e poi sul letto, sbattuta come una cagna. Castigata, tutta la notte sotto. Dominata. Ce la devo fare; la devo mettere sotto. Le mie mani sulle sue spalle spingono lentamente; non deve capire che la voglio mettere sotto. Le spalle le accarezzo dolcemente mentre la mia lingua lotta con una ritrovata energia contro la sua. Ah… ora riesco a respirare meglio, la mia bocca è rinata. Mi è bastato mettere le mie mani sulle sue spalle. Accarezzarle, dolcemente, delicatamente, poi stringerle. Come ora. Dai che ce la faccio. Sento il sangue circolare con forza nelle mie… mani. Stringo sempre di più. Lei lo sa. Mi sente. Sente la mia stretta. Anche la sua lingua sa; tentenna in fondo alla mia gola. Sembra… indebolirsi… non è più sicura come prima. Trema addirittura. Il Re, mio signore saprebbe cosa fare ora… sbattere, sul pavimento, no, sul letto, aprire gambe, tenere mani, evitare suo divincolarsi, saltare sopra, entrare e… spingere, con potenza per poi… finire! Io non sono il Re… ora sono Dio, colui che dona piacere… colui che riesce ora, proprio ora a scrollarsi dalla gola la sua lingua, stacco la sua bocca dalla mia… respiro, finalmente aria; non ci speravo più… aria, aria, aria… la mia fronte è incollata alla sua, le vedo gli occhi che fissano i miei, non riesco a capire, mi fissa, le chiedo –COSA C’ E’?- lei… -NIENTE-, sorride… io non capisco, le lecco le guance e la mia mano, le mie dita scivolano lentamente dal suo collo fino giù, passano per il petto, accarezzano la pancia e poi delicatamente le coprono il gioiello che tiene in mezzo alle gambe, le dita, le mie dita entrano facilmente, le si infilano dentro, sciolte, leggere, come fossero ricoperte da burro caldo… meravigliose, meravigliose le sento cosparse dalla sua acqua, bagnate, stanno… stanno come… come in mare… ma protette da questo gioiello umido e caldo… lo amo… la mia mano, le mie dita hanno bisogno di stare qui al coperto ancora per un bel po’… si muovono, dolcemente, lei sente tutto… ad ogni mio movimento trema tutta… ma non le sento la voce, solo respira… ansima, la voce no… non esce, perché? A me piace la voce… -TIRALA FUORI CAZZO- forse le mie dita non si muovono bene… forse la mia mano è debole mi devo impegnare di più, non sono abbastanza deciso. La mia mano è debole. Giro e rigiro con più forza e decisione sperando di non farle male, anche se fosse, giro e rigiro con decisione, la sento, la sua voce sta per uscire, la sento, sta indubbiamente provando piacere… forza, esci! Niente, gode in silenzio, solo il respiro sento. Il respiro e nient’ altro… è chiusa nella sua timidezza… -ESCI CAZZO!- glielo vorrei urlare in faccia. Provo un forte senso di rifiuto. Sono stanco. Non c’ è gioia quasi. Cosa devo fare? Che posso fare di più? Devo sentirla, a che serve la sua bocca? A fare uscire solo inutile fiato? No, dovrebbe vomitarmi addosso musica, note, il suono del suo piacere, la sua… voce… oggi c’ è qualcosa che non va… stanotte è tutta sbagliata. Provo un forte senso di rifiuto. Con la mano libera, la sinistra, le stringo il seno, forte, la sua bocca è spalancata, non urla, il suo seno è stretto, nella mia mano, forse le sto facendo male, mi dispiace, lascio… no… stringo… lascio, che faccio? Stringo, no, lascio… poverina… non voglio farle male… ma… provo un forte senso di rifiuto. Provo un forte senso di rifiuto… dovrei amarla ora… fino a qualche minuto fa mi stavo anche lasciando andare… la stavo amando quasi… ma ora, ora che sto facendo di tutto per sentire la sua voce, la sua voce che… non c’ è… provo un forte senso di rifiuto. Sarebbe meglio fermarsi, chiuderle le gambe e dirsi –BUONA NOTTE, SONO STANCO NON CE LA FACCIO PIU’- Ma io non mollo! -LASCIATI ANDARE, IVAN LASCIATI ANDARE, BUTTA VIA LA VOGLIA DI CONTROLLO E VAI, FATTI PRENDERE E PORTARE VIA DA LEI… CE LA FAI? NO. CHIUDI GLI OCCHI, TOGLI LE DITA E BUTTATI SOPRA… FAI QUALCOSA, FAI QUALCOSA… PRENDITI IN MANO LE PALLE E METTITI SOPRA DI LEI… TOGLI QUELLE CAZZO DI DITA DAL SUO GIOIELLO ED ENTRA, FORZA, FAI QUALCOSA!!- Sono stanco, provo un forte senso di rifiuto, il suo gioiello è bellissimo, lo guardo continuamente, le mie dita sono ormai fuori, all’ aria aperta, lei… è… tutta… aperta, ha gli occhi chiusi, forse non si è accorta che io mi sono fermato e sto qui a guardarla, tutta… la sua bocca è ancora spalancata e le lenzuola sono bagnate, tanto, ma io sono fermo ai piedi del letto… sono stanco e provo un forte senso di rifiuto… la sua voce non è uscita e questo mi ha bloccato! Lei vorrebbe andassi avanti, ma io no, non riesco più ormai; ci fosse qui il Re mi direbbe –VERGOGNA STRONZO- , che posso fare? Ormai è tardi, ho perso il filo, ieri ce l’ ho fatta, oggi no! Oggi no! Questa è una strana notte. Dare piacere ora mi è impossibile, lo vorrei così tanto, intensamente, mi sono impegnato ma niente da fare. Mi sono impegnato, tanto, addirittura in bagno sotto la doccia prima di spogliarla ho anche pregato, mi sono ricordato una delle vecchie preghiere che portavo la domenica in Chiesa qualche anno fa ed ho… pregato! Nostro Signore però non mi ha aiutato. Io volevo fare del bene, farla… godere… come ieri… sentirla. Mi lascio tutto alle spalle. Non ne voglio sapere niente, niente per questa notte. Lascio che la porta di questa calda stanza si chiuda dietro di me. Lascio che anche il silenzio di questa calda stanza svanisca dietro di me.

LAVORO

Di Andrea Pauletto


 

 

Amo il mio lavoro, accolgo le persone, apro loro le porte del paradiso, le porte di un sogno. C’ è tutto qui. Cibo, vino, bibite fresche, dolci, frutta; si siedono ed attendono che io li serva. Abbiamo tutto quello che volete quest’ oggi, pasta, carne, pesce… tutto. Amo i clienti del ristorante, i clienti del mio capo, li amo come fossero miei fratelli, come fossero miei amanti. Questo è amore. Il mio capo invece si occupa di me come fossi un figlio. Posso fare quello che voglio con lui, basta che mi impegno, che sorrido e che vendo il più possibile, soprattutto antipasti e pesce,  sono bravissimo, un Dio. Il lavoro è lavoro! Sempre. Entro dalla porta sul retro con la mia borsa. La svuoto su di una sedia e c’ è lei. La divisa. Io le persone le accolgo in divisa. Devo essere vestito in un certo modo per amare ed accogliere tanti tipi di persone, tutte differenti. Particolari. Ognuno cammina in modo unico. C’ è di tutto qua dentro. Il mondo passa davanti ai miei occhi. In questo paradiso. Dove si mangia. Dove si beve. A qualsiasi ora del giorno, no stop. Dalla mattina alla sera vengono un sacco di personaggi. In realtà il mio capo apre le porte del paradiso alle undici e trenta del mattino e chiude a mezzanotte. Io inizio il mio turno alle quindici, quindici e trenta. Non prima di indossare la mia potente divisa. Un concentrato di serietà, eleganza e forza. Gilè nero, cravatta nera, pantalone nero leggermente attillato, scarpe nere e camicia bianca. Un figurino. Bello. Giovane. Forte. Sicuro di se. Sono qui, sicuro di me. Sono sempre o quasi davanti alla porta, osservo la gente che passa davanti alla nostra porta. La porta del paradiso. La piccola porta di una meraviglia di piccolo ristorante famigliare nel centro della città di Dio. Appena qualcuno si ferma a leggere il menù che abbiamo fuori, io attacco. Come uno squalo, ma con un bello, bellissimo sorriso a quarantacinque denti. -BUON GIORNO, ABBIAMO TUTTO OGGI, TUTTO FRESCO, PESCE, PASTA, RISOTTI PESCATORA, FUNGHI, POMODORO, CARNE DI VITELLA MERAVIGLIOSA, MANZO, AGNELLO. LASAGNE CASERECCE, CANNELLONI SFORNATI STAMATTINA, FRESCHISSIMI, CARCIOFI INCREDIBILMENTE GUSTOSI, VERDURA APPENA COLTA DALL’ ORTO NOSTRO. NON ASCOLTATE GLI ALTRI DEI RISTORANTI QUI VICINO…. PARTE DI QUELLO CHE DICONO E’ FALSO. SIAMO GLI UNICI DA ANNI CHE LAVORANO CIBO FRESCO, FATTO IN CASA. LORO PARLANO E BASTA. DATE UN’ OCCHIATA NON LAVORANO COME NOI. GUARDATE LA NOSTRA VETRINA INTERNA DEL PESCE… ABBIAMO DELLE SPLENDIDE SPIGOLE CHE NON VEDONO L’ ORA DI TUFFARSI NELLE VOSTRE BOCCHE. BOCCHE SICURAMENTE RAGIONEVOLI E VOGLIOSE DI SAPORI SINCERI, FORTI E SANI. SOPRATTUTTO SANI. SAPORI FATTI IN CASA! VOI SIETE SICURAMENTE DELLE PERSONE INTELLIGENTI, VE LO LEGGO NEGLI OCCHI. VEDO GIA’ SUL TAVOLO, PRONTO, UN PITTORESCO BUFFET DI INSALATA VERDE, RUCOLA, POMODORI PACHINO E MOZZARELLA DI BUFALA, IL TUTTO CONDITO OVVIAMENTE DA ME CON UN GOCCIO DI OLIO SICILIANO E UN PIZZICO DI SALE FINO. QUESTO E’ IL POSTO GIUSTO, SIGNORI; E’ IL POSTO PER VOI. OGGI E’ LA VOSTRA GIORNATA FORTUNATA… SIETE SPECIALI, LO SO’ E QUESTO POSTO E’… PER GENTE SPECIALE. C’ E’ POSTO, C’ E’ POSTO, IL VOSTRO TAVOLO E’ PRONTO. ENTRATE, ACCOMODATEVI, SIETE A CASA VOSTRA. VI SERVIRO’ BENE -. Io attacco e loro arrivano a fiumi… proprio come pesci, il mio splendido modo di presentarmi al pubblico dei passanti è infallibile, sono come pesci e le mie parole come una preziosissima e potente canna da pesca… cazzo! Corro da una sala all’ altra, controllo, servo, osservo. Mi assicuro che tutti stiano bene. Quando li vedo seduti a tavola mi commuovo, diventano, si trasformano in fratelli, sì, proprio così, sono i miei dolci fratelli. Qualcuno si lamenta, altri hanno fretta. Li capisco e cerco di dare il meglio di me… sono il fratello maggiore porca miseria. Prendo la situazione in mano e dirigo l’ orchestra con assoluta precisione, con grinta forza e determinazione, passo da un tavolo all’ altro a chiedere –COME STATE? TUTTO BENE? SIETE SERENI? SIETE DELLE PERSONE INTELLIGENTI, ORA SIETE A CASA, IN FAMIGLIA- Corro, corro, corro, parlo, parlo, parlo. La stanchezza non c’ è, non sento nulla, solo il dovere di fare stare bene tutti, di controllare i conti, di assicurarmi che qualche fratello non se ne vada senza pagare e di completare un sacco di antipasti che devo comporre io personalmente. Prosciutto tagliato fino, buffet di mozzarella e pomodorini vanno a ruba ed io li vendo bene, benissimo; a peso d’ oro. Ogni tavolo che si rispetti ha il suo bell’ antipasto. Commovente! Se qualcuno non lo vuole, beh, non è degno di essere considerato un mio fratello. Il mio capo che mi vuole bene come un figlio lo dice sempre – SONO INFAMI, NON MERITANO UN CAZZO, LASAGNE SCALDATE NEL MICROONDE A QUELLI – Ha ragione, non meritano nulla, niente. Non hai i soldi per mangiare!? Vai al bar a farti un panino. Come fanno ad uscire di casa questi qua? Io corro, corro, corro da un tavolo all’ altro cercando di farli stare bene e questi elementi mi ordinano una pizza in quattro! Che schifo! Come fanno? – STATE A CASA, STATE!!- Mai vorrei fratelli come voi. Un fratello mangia come si deve. Me ne fotto di voi, morti di fame. Fiero e con il petto in fuori me ne fotto. Devo essere pronto e determinato per i tavoli belli. Curare solo quelli. I tavoli belli e degni della mia attenzione. Ordine e disciplina! Devo avere più di due occhi. Controllare sempre la porta, assicurarmi che ci siano potenziali clienti; se vedo qualcuno lo fermo come un pesce; mollo tutto e… attacco! Soldi, loro sono soldi, fratelli, certo, ma che diventano a fine serata, moneta! E’ importante. Il mio capo dice sempre. C’ è crisi. I soldi ci servono. Bloccali e attacca. Bloccali. Sei bravo a parlare. – DAI. FORZA! C’ E’ CRISI, STIAMO TUTTI NELLA MERDA. LA GENTE MUORE DI FAME. NOI NO! NON DOBBIAMO FARE LA FAME!- E’ vero. Se noi facciamo la fame, gli altri di fame ci muoiono! Il mio capo lo dice sempre. Stiamo tutti nella merda. C’ è crisi. E’ vero. Quando io sto sulla porta. Con il mio bel visino, il mio sorriso ironico e le mie convincenti parole; la gente entra. E il mio capo dice, bravo! Non importa se le persone escono deluse o felici. L’ importante è sorridere, sempre, servire ed amare. Come fossi un casanova. Questo è quello che faccio. Questo è quello in cui credo. Questo è quello che devo fare. Questo è quello che dice il mio capo. Amiamo il nostro lavoro, accogliamo le persone, apriamo loro le porte del paradiso, le porte di un sogno.

LO STORTO CONTADINO

Di Andrea Pauletto


 

 

Nel bosco dietro casa sono rimasto nascosto. Mia Madre e il Re mi hanno cercato per tutto il paese. Paese, paesino, settemila anime che sanno fare tutto tranne che i cazzi loro. Nessuno sapeva dove ero. Sto qui tranquillo, in mezzo agli alberi, un po’ sogno un po’ ragiono sul da farsi… tipo, andarmene, partire dal paese. Dalla mia casa, dal Re e da mia Madre. Non so come fare a venir via. Non lo so… quindi sogno… parlo tra me e me. Già il primo passo l’ ho fatto. Sono uscito da casa. Sono riuscito a scappare… ma ho già fame… li a due passi c’ è un piccolo orto. Nemmeno il tempo di prendere un paio di pomodori che una macchina si avvicina, chi è? Ho paura. Cerco di stare calmo con i pomodori in mano ma la tensione sale alle stelle, non riesco a capire chi sia; sarà il proprietario dell’ orto, forse, credo proprio di sì, sto calpestando una proprietà privata… anche l’ insalata, sto schiacciando l’ insalata, tutto… no! Sono nervoso, nervosissimo… mordo un pomodoro, l’ altro mi casca dalla mano, che schifo, crudo senza sale e olio fa proprio schifo; mi faccio forte, esco dall’ orto e mi nascondo dietro gli alberi, tra i cespugli del bosco, così non sarò più così visibile… ma ci vuole poco per trovarmi… la macchina è già ferma con il motore spento… un uomo scende e viene verso di me, è l’ uomo della terra, il contadino che vedo tutte le sere da balcone della mia stanza. E’ grande e grosso come il mio Re, sporco e storto, ma sembra dolce, non so perché, sono uno sensibile io, sento della dolcezza che esce da quell’ uomo che cammina storto. Ora più che storto è veloce, mi trova subito, è arrabbiato, riesco comunque a sentire la sua dolcezza… anche se mi prende, mi stringe forte il braccio per tirarmi fuori dalle foglie, sento che è dolce e che lo deve fare per il bene del suo orto… della sua terra… io ho fatto danno… ho rovinato il suo piccolo regno, ho distrutto insalata e pomodori, lui mi sta solo rovinando il maglioncino… tira forte, da tutte le parti, dal braccio alla spalla… sento poca decisione in lui… potrebbe sbattermi per terra ma non lo fa, forse non riesce, forse non vuole, tira e basta, non dice nulla, mi guarda, i suoi occhi sono verdi come le foglie degli alberi… dolci direi, non neri e cattivi, non sono cattivi, lo sento, posso sentire tutto ora, anche se mi tira il braccio e la spalla sento tutto. Sento… sento che… l’ ha rotta. La manica. La manica l’ ha proprio rotta. Mi ha rotto la manica del maglioncino, così, come fosse niente. E’ vuoto ora, quella dolcezza non la vedo, non la sento più. E’ vuoto, come mi sento io adesso, per terra, sbattuto contro l’ albero come fossi uno spaventapasseri, vuoto ma con tanta voglia di piangere. Mi fa male la schiena e la testa. Mi ha fatto male. Forse ha ragione, io rimango seduto, sbattuto ai piedi dell’ albero. Un altro nei miei panni sarebbe già scappato… io no! Sono il figlio del Re… devo affrontare la situazione, prendermi le mie responsabilità, come dice spesso lui, il mio Re. Lo dice quando faccio degli errori, quando rovino qualcosa devo rimettere tutto a posto; tutto. Questa situazione è difficile ma devo mettere tutto a posto. Lavorerò per lui. Sistemo il suo orto. Mi insegnerà come fare e… lo farò… da solo… sotto la pioggia, la mattina presto… dormirò sotto gli alberi e… sistemerò tutto. LO GIURO, SISTEMO TUTTO LO GIURO. NON TIRARMI PIU’ PER FAVORE. INSEGNAMI COME FARE. FAMMI VEDERE! PER FAVORE, FAMMI VEDERE. L’ unica cosa che ho visto è il suo piede nella mia pancia. Che schifo. Che schifoso. Lo stivale fa male. Non riesco più a guardarlo. Mi manca il fiato. Sto quasi per riuscirci… no. Non ce la faccio ad urlare. Mi manca proprio il fiato, l’ aria non esce… soffoco. Aiutami, Signore aiutami ora… non so che cosa fare… veramente non so cosa fare. Questo sta fermo davanti a me, mi ha preso a calci, è qui davanti, ho distrutto il suo orto lo so un po’ è colpa anche mia, ho pagato, credo; mi ha fatto male ma ora sta qui fermo a guardarmi credo… non lo so perché ho paura, io riesco solo a guardare la terra piena di ciliegie e mele marce… e… i suoi stivali, vedo i suoi stivali davanti a me… dove finiranno? Sulla mia bocca? Dentro la mia pancia? Dove? Dove è la sua dolcezza? Quella che sentivo. La mia c’ è! C’ è ancora. Sta qua. Qua. Dentro il mio petto! La tua? Dov’ è? Tira ancora. Dammene un altro. Nel petto. Avanti. TIRA! E’ facile. Sei tu Dio adesso. Fai quello che vuoi contadino sporco e storto. Comandi tu. Sei tu il padrone ora. Solo ora e qui lo sei. Fuori cosa sei? Chi sei? Non lo sai nemmeno tu, magari. Io ho paura, fai quello che devi fare, puniscimi, se non lo farai tu forse lo farà il Signore, oppure il Re. Lo sai chi è. Se si arrabbia sono cazzi. Lo vedo già addosso il tuo stivale da contadino. Lo vedo, lo sento nello stomaco. Fallo. Contadino da quattro soldi. Mi prende la mano… la mano… non dovresti darmela in faccia la tua mano sporca invece di prendermela come fossi il tuo fidanzatino, la tua giovane marchetta qui sotto agli alberi per farti eccitare? Io sono immobile, senza energie, – FACCIAMOCI PORTARE. SI’. VOGLIO VEDERE, SONO CURIOSO… ARRABBIATO ANCHE, NON SENTO PIU’ DOLCEZZA IN TE, UOMO STRANO… ANCHE SE NON MI HAI DATO UN CALCIO ED ORA MI PRENDI SEMPLICEMENTE PER MANO NON AVVERTO PIU’ DOLCEZZA, MA QUALCOS’ ALTRO, TENEREZZA. PERCHE’ NON MI FAI PIU’ DEL MALE? CHE SIGNIFICA LA TUA MANO, LA TUA MANO… MORBIDA… E… CALDA. COSA VUOI FARMI? SENTO TENEREZZA. DOVE MI PORTI? Lui non risponde. Sta zitto. Sembra non avere l’ uso della parola, usa solo le mani, per tirarmi il maglioncino prima, ora per afferrare la mia piccola mano, aiutarmi a stare in piedi e portarmi chissà dove, fuori da questo piccolo bosco, oltrepassando il suo piccolo orto e farmi sedere nella sua piccola auto. Mi sento a mio agio, non provo assolutamente nulla; sono… congelato, passivo. Non provo nulla a parte curiosità. Dove andremo? Che succederà? C’ è gelo e silenzio nella sua piccola auto. La accende con sicurezza, mi tocca la spalla e parte, fa inversione, percorre il vialetto sterrato ed esce dal suo regno, siamo per strada. -DOVE ANDIAMO?- dico io. Non risponde. Guida e basta. In realtà so dove mi vuoi portare, in un posto più appartato, dove nessuno potrà ne vederci ne sentirci, ma io non dirò nulla –PORTAMI DOVE VUOI, CONTADINO DOLCE, PORTAMI DOVE TI PARE, UN PIANO CE L’ HO! TI FARO’ MALE. SAI LE RISATE. TI FARO’ MALE. SONO ORGANIZZATO, IO. TI FARO’ MALE!- Tutto non va però come uno vorrebbe, o come uno pensa che vada. SONO ANCORA QUA. NO. ANCORA QUA. MI HA RIPORTATO INDIETRO. AVREI VOLUTO ANDARE AVANTI… INVECE… MI HA RIPORTATO QUA… IN GABBIA. DI NUOVO, IN GABBIA. LA MIA ODIATA, GABBIA. IL VECCHIO MI HA TIRATO UN COLPO BASSO. BASSISSIMO. SO QUELLO CHE AVREBBE VOLUTO FARE… SECONDO ME SE NON FOSSI STATO IL FIGLIO DEL RE AVREBBE PROVATO A VIOLENTARMI; L’ AVREBBE VOLUTO LO SO, ANCHE SE E’ DOLCE C’ E’ QUALCOSA DI STRANO E MALATO IN LUI, LO SENTO… ANZI, LO SENTIVO… PERCHE’ ORMAI SONO FOTTUTO. SONO ANCORA QUA… NELLA GABBIA!

PRANZO DOMENICALE

Di Andrea Pauletto


 

Nel bosco dietro casa sono rimasto nascosto. Mia Madre e il Re mi hanno cercato per tutto il paese. Paese, paesino, settemila anime che sanno fare tutto tranne che i cazzi loro. Nessuno sapeva dove ero. Sto qui tranquillo, in mezzo agli alberi, un po’ sogno un po’ ragiono sul da farsi… tipo, andarmene, partire dal paese. Dalla mia casa, dal Re e da mia Madre. Non so come fare a venir via. Non lo so… quindi sogno… parlo tra me e me. Già il primo passo l’ ho fatto. Sono uscito da casa. Sono riuscito a scappare… ma ho già fame… li a due passi c’ è un piccolo orto. Nemmeno il tempo di prendere un paio di pomodori che una macchina si avvicina, chi è? Ho paura. Cerco di stare calmo con i pomodori in mano ma la tensione sale alle stelle, non riesco a capire chi sia; sarà il proprietario dell’ orto, forse, credo proprio di sì, sto calpestando una proprietà privata… anche l’ insalata, sto schiacciando l’ insalata, tutto… no! Sono nervoso, nervosissimo… mordo un pomodoro, l’ altro mi casca dalla mano, che schifo, crudo senza sale e olio fa proprio schifo; mi faccio forte, esco dall’ orto e mi nascondo dietro gli alberi, tra i cespugli del bosco, così non sarò più così visibile… ma ci vuole poco per trovarmi… la macchina è già ferma con il motore spento… un uomo scende e viene verso di me, è l’ uomo della terra, il contadino che vedo tutte le sere da balcone della mia stanza. E’ grande e grosso come il mio Re, sporco e storto, ma sembra dolce, non so perché, sono uno sensibile io, sento della dolcezza che esce da quell’ uomo che cammina storto. Ora più che storto è veloce, mi trova subito, è arrabbiato, riesco comunque a sentire la sua dolcezza… anche se mi prende, mi stringe forte il braccio per tirarmi fuori dalle foglie, sento che è dolce e che lo deve fare per il bene del suo orto… della sua terra… io ho fatto danno… ho rovinato il suo piccolo regno, ho distrutto insalata e pomodori, lui mi sta solo rovinando il maglioncino… tira forte, da tutte le parti, dal braccio alla spalla… sento poca decisione in lui… potrebbe sbattermi per terra ma non lo fa, forse non riesce, forse non vuole, tira e basta, non dice nulla, mi guarda, i suoi occhi sono verdi come le foglie degli alberi… dolci direi, non neri e cattivi, non sono cattivi, lo sento, posso sentire tutto ora, anche se mi tira il braccio e la spalla sento tutto. Sento… sento che… l’ ha rotta. La manica. La manica l’ ha proprio rotta. Mi ha rotto la manica del maglioncino, così, come fosse niente. E’ vuoto ora, quella dolcezza non la vedo, non la sento più. E’ vuoto, come mi sento io adesso, per terra, sbattuto contro l’ albero come fossi uno spaventapasseri, vuoto ma con tanta voglia di piangere. Mi fa male la schiena e la testa. Mi ha fatto male. Forse ha ragione, io rimango seduto, sbattuto ai piedi dell’ albero. Un altro nei miei panni sarebbe già scappato… io no! Sono il figlio del Re… devo affrontare la situazione, prendermi le mie responsabilità, come dice spesso lui, il mio Re. Lo dice quando faccio degli errori, quando rovino qualcosa devo rimettere tutto a posto; tutto. Questa situazione è difficile ma devo mettere tutto a posto. Lavorerò per lui. Sistemo il suo orto. Mi insegnerà come fare e… lo farò… da solo… sotto la pioggia, la mattina presto… dormirò sotto gli alberi e… sistemerò tutto. LO GIURO, SISTEMO TUTTO LO GIURO. NON TIRARMI PIU’ PER FAVORE. INSEGNAMI COME FARE. FAMMI VEDERE! PER FAVORE, FAMMI VEDERE. L’ unica cosa che ho visto è il suo piede nella mia pancia. Che schifo. Che schifoso. Lo stivale fa male. Non riesco più a guardarlo. Mi manca il fiato. Sto quasi per riuscirci… no. Non ce la faccio ad urlare. Mi manca proprio il fiato, l’ aria non esce… soffoco. Aiutami, Signore aiutami ora… non so che cosa fare… veramente non so cosa fare. Questo sta fermo davanti a me, mi ha preso a calci, è qui davanti, ho distrutto il suo orto lo so un po’ è colpa anche mia, ho pagato, credo; mi ha fatto male ma ora sta qui fermo a guardarmi credo… non lo so perché ho paura, io riesco solo a guardare la terra piena di ciliegie e mele marce… e… i suoi stivali, vedo i suoi stivali davanti a me… dove finiranno? Sulla mia bocca? Dentro la mia pancia? Dove? Dove è la sua dolcezza? Quella che sentivo. La mia c’ è! C’ è ancora. Sta qua. Qua. Dentro il mio petto! La tua? Dov’ è? Tira ancora. Dammene un altro. Nel petto. Avanti. TIRA! E’ facile. Sei tu Dio adesso. Fai quello che vuoi contadino sporco e storto. Comandi tu. Sei tu il padrone ora. Solo ora e qui lo sei. Fuori cosa sei? Chi sei? Non lo sai nemmeno tu, magari. Io ho paura, fai quello che devi fare, puniscimi, se non lo farai tu forse lo farà il Signore, oppure il Re. Lo sai chi è. Se si arrabbia sono cazzi. Lo vedo già addosso il tuo stivale da contadino. Lo vedo, lo sento nello stomaco. Fallo. Contadino da quattro soldi. Mi prende la mano… la mano… non dovresti darmela in faccia la tua mano sporca invece di prendermela come fossi il tuo fidanzatino, la tua giovane marchetta qui sotto agli alberi per farti eccitare? Io sono immobile, senza energie, – FACCIAMOCI PORTARE. SI’. VOGLIO VEDERE, SONO CURIOSO… ARRABBIATO ANCHE, NON SENTO PIU’ DOLCEZZA IN TE, UOMO STRANO… ANCHE SE NON MI HAI DATO UN CALCIO ED ORA MI PRENDI SEMPLICEMENTE PER MANO NON AVVERTO PIU’ DOLCEZZA, MA QUALCOS’ ALTRO, TENEREZZA. PERCHE’ NON MI FAI PIU’ DEL MALE? CHE SIGNIFICA LA TUA MANO, LA TUA MANO… MORBIDA… E… CALDA. COSA VUOI FARMI? SENTO TENEREZZA. DOVE MI PORTI? Lui non risponde. Sta zitto. Sembra non avere l’ uso della parola, usa solo le mani, per tirarmi il maglioncino prima, ora per afferrare la mia piccola mano, aiutarmi a stare in piedi e portarmi chissà dove, fuori da questo piccolo bosco, oltrepassando il suo piccolo orto e farmi sedere nella sua piccola auto. Mi sento a mio agio, non provo assolutamente nulla; sono… congelato, passivo. Non provo nulla a parte curiosità. Dove andremo? Che succederà? C’ è gelo e silenzio nella sua piccola auto. La accende con sicurezza, mi tocca la spalla e parte, fa inversione, percorre il vialetto sterrato ed esce dal suo regno, siamo per strada. -DOVE ANDIAMO?- dico io. Non risponde. Guida e basta. In realtà so dove mi vuoi portare, in un posto più appartato, dove nessuno potrà ne vederci ne sentirci, ma io non dirò nulla –PORTAMI DOVE VUOI, CONTADINO DOLCE, PORTAMI DOVE TI PARE, UN PIANO CE L’ HO! TI FARO’ MALE. SAI LE RISATE. TI FARO’ MALE. SONO ORGANIZZATO, IO. TI FARO’ MALE!- Tutto non va però come uno vorrebbe, o come uno pensa che vada. SONO ANCORA QUA. NO. ANCORA QUA. MI HA RIPORTATO INDIETRO. AVREI VOLUTO ANDARE AVANTI… INVECE… MI HA RIPORTATO QUA… IN GABBIA. DI NUOVO, IN GABBIA. LA MIA ODIATA, GABBIA. IL VECCHIO MI HA TIRATO UN COLPO BASSO. BASSISSIMO. SO QUELLO CHE AVREBBE VOLUTO FARE… SECONDO ME SE NON FOSSI STATO IL FIGLIO DEL RE AVREBBE PROVATO A VIOLENTARMI; L’ AVREBBE VOLUTO LO SO, ANCHE SE E’ DOLCE C’ E’ QUALCOSA DI STRANO E MALATO IN LUI, LO SENTO… ANZI, LO SENTIVO… PERCHE’ ORMAI SONO FOTTUTO. SONO ANCORA QUA… NELLA GABBIA!

CRISTO IN CROCE

Di Andrea Pauletto


 

Il mio capo dice sempre; il giorno è composto da ventiquattro ore. Otto ore per dormire, otto per lavorare, otto ore per divertirsi. Predica bene razzola male. Le sue di giornate si dividono in due; sedici ore per il lavoro e otto per dormire. Vorrebbe che anche io facessi lo stesso… mi dividessi i giorni in due fasi. Ma stiamo scherzando!?! E’ stressante. Io ho bisogno di scioltezza, devo essere sciolto! Otto ore per il lavoro, servono. Arrivo alle quindici, quindici e trenta… alle ventitré sono fuori. Stacco la testa. Ovviamente dopo aver riempito la mia bustina, la busta premio. E’ importante. E’ il mio sacco. Tre birre da trentatré centilitri, tre bottiglie da settantacinque di acqua, una naturale, due frizzanti. Un po’ di insalata verde, insalata di mare condita con poco olio e delle crostatine di fragoline di bosco appoggiate su di una base di ottima pastafrolla. Come un normalissimo operaio. E’ come se fossi il figlio del titolare, ma sul lavoro mi comporto, anzi… mi sento operaio L’ O… peraio. Preciso, determinato, affabile quanto serve, brillante e familiare. Con le persone. I clienti vanno trattati come i propri parenti. Io li tratto come se fossero miei fratelli di sangue. Sono importanti. Loro vogliono stare bene. Io, voglio che loro stiano bene, che siano accolti come fossero in un sogno. Io sono colui che apre loro la porta, che li fa entrare, che li accoglie. Io sono Dio. Ogni tanto anche per me ci vuole riposo però. Non posso essere sempre Dio. Riposo. Sparisco. Gli altri no, io sì, mi pare giusto. E’ complicato questo lavoro. Pieno di responsabilità… il mio capo è furbo; ed è complicato anche essere furbi. Bisogna saper stare al mondo dice. E’ capace lui di aggiustare le cose. -LASCIALA STARE QUELLA PRATICA- dice – CI PENSO IO- . E’ furbo lui, pure troppo per i miei gusti. Intanto oggi io… ho bisogno di staccare. Riposo. Nella busta ho messo tutto. Vado! Senza dire nulla. Niente. Vado via! Posso sembrare scortese a volte, ma non è così! Sono sempre stato un ragazzo educato. La riga da parte me la facevo da solo, davanti allo specchio. Ero piccolo. Avevo i vestitini pronti sul letto, ma li indossavo da solo. Non sempre mi piacevano… i soldi non li avevo per comprarli io; non avevo nemmeno la sfrontatezza per urlare a mia madre –COMPRAMI QUALCOSA DI DECENTE, TROIA-. Nemmeno avevo il fegato di urlarlo a papà. Sono sempre stato educato. Ero un bel bambino… a modo; educato. La prima cosa che ho imparato, guardando gli altri, è l’ educazione; essere sempre, sempre, sempre, gentile. Mai rumore. Non essere rumoroso. Non urlare. Tenere la voce bassa. La domenica poi in chiesa aprire la bocca solo quando i canti, le preghiere e il prete lo imponevano. Nel CREDO, nel PADRE NOSTRO, negli alleluja. Ci andavo sempre solo a messa. Dalla mia casa fino in chiesa correvo ripetendo tutte le preghiere a memoria… dovevo essere prontissimo per la cerimonia. Se non fossi stato pronto mi sarei sentito in grave colpa per tutta la settimana. Papà si sarebbe incazzato e mamma mi avrebbe ossessionato fino alla domenica successiva. Voleva sapere tutto della cerimonia lei. Era presente, ma non veniva con me, controllava se in chiesa c’ ero, io la vedevo, facevo finta di nulla, lei non sapeva che anch’ io la controllavo. La vedevo, sì la vedevo… sempre. Diceva che in chiesa non c’ era. Che stronza. C’ era, c’ era, eccome se c’ era… dietro, due file dietro di me. Controllavo tutto. La sentivo. Sentivo la sua ansia, la sua pesante presenza ed i suoi occhi sulla mia testa… tanto che ogni cinque minuti mi toccavo i capelli spaventato per controllare se erano a posto. Mi stendevo i capelli per bene cercando di appiattirli sulla testa. Ero stato quasi mezz’ ora davanti allo specchio per sistemarli. Dovevano essere sempre a posto. Capelli, giacchetto, camicia, pantaloncini, scarpette e memoria. Memoria per le preghiere, soprattutto per il Credo, il più difficile. Pieno di aggettivi. Mi preparavo così bene che rispettavo la punteggiatura; ogni punto, ogni virgola. La maggior parte della gente sbagliava, proprio lì, davanti al prete. Che vergogna. Chiudevano gli occhi come fossero in trans e aprivano la bocca per far vedere che sapevano le parole, ma erano finti. Vergogna. Io mentre pregavo riuscivo a guardare queste persone e capire quanta falsità c’ era in loro. Me ne accorgevo io. Ero già pronto. Pronto per pregare veramente e pronto ad accorgermi che la maggior parte di quelli non avevano nessun motivo per stare di fronte al prete, che poverino fingeva di non vedere. Ma soffriva lui. Si vedeva quando metteva l’ ostia nelle loro bocche durante la Comunione. Gli tremavano le mani. Quelle povere mani che mettevano l’ Ostia in quelle bocche vecchie, velenose, maleodoranti e false che entravano nella sua Chiesa e impestavano anche l’ odore dell’ incenso. Era bravo però; aveva come dei cazzo di poteri. Alzava le mani ed iniziava la grande cerimonia. Io mi controllavo i capelli. La riga da parte, doveva essere ben dritta. Il prete come Dio, mi osservava. Dall’ alto del suo altare se ne stava a braccia aperte a recitare lentamente il Credo. Anche io ci credevo. Che bello. Chiudeva gli occhi e quasi sussurrava il messaggio di Dio. Io gli occhi li tenevo sempre aperti, spalancati, dovevo vedere tutto e tutti. La mia voce era forte, sapevo tutto a memoria, potevo concentrarmi ad osservare le persone. Tutti immobili sotto l’ altare. Guardavo quelli . Che strani vecchi. Non azzeccavano una sola parola. Non facevano altro che imitare il prete… occhi chiusi e voce bassa. Io mi sentivo forte. Avevo un sacco di energia, ma dovevo rimanere fermo, immobile, come un tronco di pino! Occhi aperti, gambe dritte, petto in fuori e… CREDO IN UN SOLO DIO, ONNIPOTENTE e poi… PADRE NOSTRO CHE SEI NEI CIELI, SIA SANTIFICATO IL TUO NOME… SIA SANTIFICATO IL TUO NOME, VENGA IL TUO REGNO… sì mi sentivo dentro… SIA FATTA LA TUA VOLONTA’… sì ero lì, sono qui, qui con te e per te Signore… vieni giù da lì. Vieni. Vieni qui! Giù da quella croce! Avanti! Scendi. Mi sarebbe piaciuto; niente però. L’ ho sempre visto la appeso. Mai che si fossero degnati di schiodarlo da lassù. Da quella brutta croce… ma io so che il trucco stava proprio in questo… se non fosse rimasto inchiodato la sopra non avrebbe potuto mettersi in contatto con il prete, solo così poteva parlare al prete. Così. Inchiodato in croce. Aveva una bella pelle, era muscoloso, ma il viso triste, rivolto verso il basso, sempre… non lo cambiavano mai… avrebbero potuto almeno vestirlo o mettergli qualcosa di decente addosso… almeno le domeniche di dicembre… niente invece… sempre nudo se ne stava. Nudo e inchiodato. Vergogna. Avrei voluto alzare la voce. Urlare. –TIRATELO GIU. FATE PARLARE LUI, VESTITELO! SE NE STA ZITTO. BASTA. METTETEGLI SOPRA QUALCOSA E FATELO PARLARE. GESU’ CRISTO. PARLA!   Zitto se ne stava. Solo il prete parlava. Padre nostro che sei nei cieli. Io non vedevo niente. Solo disegni di angeli e angioletti sopra di me. I cieli poi erano solo disegnati. Nessun movimento. Io volevo vederli volare. Era tutto falso. L’ unica cosa vera erano gli occhi di mamma che sentivo in  testa, se non ci fosse stata lei sì che mi sarei ribellato alla cerimonia. Anche se ci tenevo mi sarei ribellato. Sarei salito sull’ altare ed avrei lanciato a tutti le parole del Signore, quelle parole sacre che mi piacevano tanto. Gliele avrei tirate addosso come sassi. VOCE FORTE, APERTA, PETTO IN FUORI, GAMBE DRITTE, SPALLE SCIOLTE e OH GESU’ D’ AMORE ACCESO OH MIO CARO BUON GESU’. OH GESU’ D’ AMORE ACCESO OH MIO CARO BUON GESU’, CON LA TUA SANTA GRAZIA NON TI VOGLIO… OFFENDERE… MAI PIU’ !! Mi sento la testa pesante. Mi fa quasi male. Sono gli occhi di mia Madre? ( si volta indietro) No, non la vedo più. E’ furba. Non vuole che mi accorga di lei. E’ da un pezzo che so tutto, mi sento addosso la sua ansia. E’ facile con lei. Va via prima per poi a casa  come se niente fosse farmi l’ interrogatorio. Ah… io tengo duro cara. La cerimonia me la faccio tutta. Non sono uno che perde tempo io! Mi manca solo l’ ostia. La posso prendere in bocca solo dopo essermi confessato, ed io mi confesso sempre, prima della messa. Di corsa, velocissimo mi avvio verso il prete. Che per la prima volta scende quasi in mezzo a noi, a noi uomini. Scende giù dall’ altare; è vero scendeva giù. Con l’ ostia. In mano. Quello strano dischetto bianco. Mi piaceva. Non vedevo l’ ora di farmelo mettere in bocca; il dischetto. Buono. Non sa di niente, buono comunque, in bocca. Tutti dicevano così! Si scioglie in bocca. Non lo masticavo, mi si appiccicava al palato e rimaneva li appeso, per poi sparire dolcemente. In ginocchio davanti al prete, con la bocca aperta aspettando l’ ostia… li sì che chiudevo gli occhi. Non avevo il coraggio di guardarlo fisso negli occhi. Ci credevo nella confessione. Tanto. Anche se non avevo fatto del male a nessuno… poi tutto finiva. Di li a poco la cerimonia sarebbe finita ed io diritto a casa, di corsa, velocissimo, per il pranzo. Li c’ è un sacco di energia. Un mucchio di roba. Lui è il Re. Bisogna stare zitti. Tutti zitti devono stare, dice. Tutti!

MIA

Di Andrea Pauletto


 

 

 È assurdo!

Non è giusto…

ti tengono dentro un paio di mesi, poi così, di colpo… arriva uno e ti dice – RAGAZZO SEI LIBERO, PUOI USCIRE-

Come posso uscire? – SI’ PUOI ANDARE VIA DI QUA, DICONO CHE NON PUOI PIU’ STARE QUA … ANDRAI IN UN POSTO ADATTO A TE! IL TUO AMICO IN GIACCA E CRAVATTA TI HA SALVATO IL CULO!

 

Incapacità di intendere e volere mi hanno dato, quindi uscirò da quest’ albergo. Il mio amico in giacca e cravatta mi ha salvato il culo? Questo mi priva di vitto e alloggio gratuito a spese dello stato, tra l’ altro e mi salva il culo! Lui diceva di proteggermi. Questo non è proteggere. Se fa così mi fa arrabbiare! Stavo bene lì, in quella stanza doppia, con il mio compagno Ilir, avevo un lettino, il wc, il lavandino, il fornelletto elettrico. Tutto lì avevo.

Ed era giusto che stessi in quell’ albergo, cazzo!

Mi hanno tolto l’ albergo.

Non posso più parlare con Ilir, il mio compagno di stanza.

Non posso più stare lì sul mio lettino a guardare il soffitto.

Non posso più fare il caffè sul fornelletto.

Mi hanno tolto quello che mi ero guadagnato con il sudore e la fatica. Hanno distrutto un ragazzo. Loro si divertono.

Ti guardano giocare senza fare nulla, poi quando capiscono che ti diverti e che vuoi andare avanti a giocare. Ti fermano! Perché? Perché si annoiano. Ti controllano, ridono di te poi quando gli va ti bloccano.

-ADESSO BASTA GIOCARE. HAI ESAGERATO, IL GIOCO SI E’ ROTTO. DACCI LA MANO E VIENI CON NOI-

Certo che vengo con voi, però prima voglio bere un caffè, gli ho detto.

 

22:30, 10 novembre 2006.

 

Era la mia prima esperienza.

Era, la prima volta che giocavo a quel gioco.

Loro… i guardoni, lo sapevano che era la mia prima volta… per questo mi hanno trattato bene quando mi hanno portato nella hall dell’ albergo a bere il caffè, ma mi guardavano in modo strano, come se avessi fatto qualcosa di male. Non capivo. Li guardavo e non capivo. Riuscivo solamente a bere il mio caffè. Mi bastava quello. in quel momento volevo solo quello. Il mio caffè. Invece loro evidentemente non volevano solo offrirmi un caffè, volevano sapere qualcosa. Mi facevano mille domande. Perché, per come… ma io non sapevo che fare. Mi sentivo tranquillo e leggero, come se mi fossi tolto un peso.

Avevo in fondo fatto del bene a me stesso. Volevo solo andare in albergo. Ma, invece i guardoni mi aprono la porta e mi fanno – VAI A CASA A FARTI UNA DORMITA E NON TOCCARE PIU’ QUEL GIOCO, ORA VEDREMO DI AGGIUSTARLO E NESSUNO, SE FARAI IL BRAVO, VERRA A PRENDERTI. CHIARO?-

Chiarissimo, dico io. Non avevano capito niente.

I guardoni oltre che essere malati sono anche un po’ stupidi!

Così non facevano altro che invogliare Cristian a giocare ancora e ad andare a cercare il suo gioco, il suo passatempo preferito.

Fuori dalla Hall, sempre più lontano dall’ albergo, penso che tutto sia finito e passato… e ci rimango male. Pensavo mi tirassero almeno uno schiaffo quelli là… avrebbero risolto qualcosa con uno schiaffo. Invece no, mi hanno trattato con i guanti.

 

Prendo di corsa il novantasette, verso casa… ascolto il consiglio.

Cerco di dormire, ma non riesco. E’ più forte di me. Faccio di tutto per stancarmi e prendere sonno, lavo i piatti sporchi, pulisco il vetro dell’ acquario, dò da mangiare ai pesci… ma dopo un’ ora… niente. Anzi, sono più arzillo di prima. Che faccio? Devo stancarmi. Quindi scelgo l’ ultima cosa che avrei voluto fare.

Prendo un secchio, lo riempio di acqua calda e candeggina e poi immergo lo straccio al suo interno così che possa assorbire bene acqua e candeggina.

Acqua e candeggina, acqua e candeggina, acqua e candeggina che distruggeranno ogni impurità dal pavimento di casa mia.

Pavimento che dopo due ore brilla come uno specchio. Era meraviglioso. Rimasi immobile con lo straccio in mano davanti alla porta della mia stanza per dieci minuti ad osservare piastrella per piastrella quello che avevo combinato!

Un ottimo lavoro. Un lavoro che mi rese orgoglioso quella notte, perché mi regalò la stanchezza che cercavo. Una stanchezza che mi portò finalmente a letto, dodici ore.

 

Ma dodici ore purtroppo passano in fretta.

11:45 del mattino, 11 novembre 2006.

 

In casa ancora un forte odore di candeggina, forte come la voglia che ho di bere quattro caffè, quattro caffè che forse terranno occupata la mia mente a pensare a tutto tranne che a Mia, per un giorno.

Chi è Mia? Il mio gioco!

Mia è dolce, una brava ragazza che si diverte a farmi del male, però è seria perché segue le regole, deve farmi del male, altrimenti il gioco finirebbe e nessuno potrebbe più fare il proprio lavoro.

Io non potrei più amarla, lei non mi potrebbe più odiare e i guardoni non potrebbero più guardare. forse loro mi stanno guardando anche ora. Che dite?

Io dico… ma chissenefrega se i guardoni, quei tizi col cappellino e il vestitino blu mi stanno guardando. Loro non possono capire l’ amore che mi lega a Mia. nemmeno lei lo capisce!! Per questo decido di chiarire a quella brava ragazza che sono disposto a tutto per dimostrarle il mio sentimento, un sentimento di autentico affetto, un affetto che mi porta quella sera stessa sotto casa sua per l’ ennesima volta.

So che quel giorno non avrei dovuto pensare a Mia… ma quattro caffè sono pochi per farmi dimenticare che lei deve capire che faccio sul serio.

Adesso basta! Devo agire.

 

Tutte le sere a casa sua entra un uomo, è vecchio per lei e non mi piace.

Ha l’ andatura appesantita, viso pallido, stempiato, barba incolta, sguardo serioso, ben vestito però. Ma non mi piace. l’ unica cosa che mi piace è la sua macchina. Peccato che sia molto sporca. Ci vorrebbe qualcosa per pulirla. Avessi quì acqua e candeggina sai che servizio che farei… ma io…. questa sera devo illuminare il quartiere e rendere visibile a tutti l’ immenso affetto che provo per quella ragazza che sta male e per questo mi fa male sporcandosi con quell’ uomo. Lo sporco va eliminato e per eliminare lo sporco servono i prodotti giusti.

Due fiammiferi e due litri di benzina!

Mi guardo intorno, stando bene attento che non ci siano i guardoni. E’ tutto tranquillo. Deserto. Prendo la bottiglia che ho riempito di benzina e la svuoto completamente sull’ auto dell’ uomo che sta con Mia.

Accendo i fiammiferi, li lancio sulla macchina e nel giro di un attimo quei due litri di benzina riescono finalmente ad illuminare tutto il quartiere. Una meraviglia. Altro che acqua e candeggina. Non c’ è cosa migliore del fuoco per lavare via le impurità. Ho fatto un ottimo lavoro. Mia sarà molto contenta. Dovrei andare a casa a dormire, dodici ore, ma non posso, prima devo parlare con Mia, farle capire che c’ è troppo sporco in giro e che io sono qui perché lei rimanga pulita! Decido così di salire al primo piano, dove abita lei, fregandomene dell’ auto che brucia e dei guardoni che potrebbero arrivare da un momento all’ altro. Suono il campanello, esce lui, spiego la situazione – C’ E’ LA TUA MACCHINA CHE STA’ BRUCIANDO NEL PARCHEGGIO, BELLO, TI CONVIENE SCENDERE! – cosa che lui fa subito, lasciando anche la porta aperta. Entro per parlare, lei mi guarda, immobile, in silenzio, io mi guardo intorno, tutta la casa, il pavimento, i mobili, le pareti. E’ sporca!

Chiedo a Mia se posso dare una pulita. Lei mi prende a male parole… Che ci fai qui… Cristian vattene… mi fai paura… cosa vuoi?

Come cosa voglio? Sono qui per proteggerti. Le dico. Scoppia a piangere e mi fa pena. Il mio gioco si è rotto. Anche io sto male e decido che questa storia deve finire. Parlare ormai è inutile. Lei non vuole parlare. Piange, ha paura, ha paura di una persona che le vuole bene. E’ assurdo e non è giusto.

La prendo per i capelli e la trascino in cucina, è tutta sporca di trucco in viso, la devo lavare. Ma è difficile. Urla e si dimena. – TI PREGO LASCIAMI, COSA VUOI.- Voglio lavarti, le dico, voglio pulirti e poi andare in albergo, a dormire. Dodici ore! E per farlo mi servi tu.

 

00:15, 12 novembre 2006

 

Le ho strappato la gola come un foglio di carta. Non ho fatto niente di male. Ho fatto, in fondo del bene a me stesso. Ho spento il gioco una volta per tutte.

I guardoni sono arrivati tardi e si sono anche arrabbiati. Mi hanno portato subito via. Senza nemmeno darmi il tempo di dare una pulita. Quella casa faceva schifo e Mia era tutta sporca. Loro arrivano solo quando gli fa comodo. Non mi hanno nemmeno rivolto la parola. Subito in albergo mi hanno portato. Mi pareva strano. Ma forse avevano capito che ero stanco… stanco di pulire, stanco di giocare, non lo so, non so niente, so solo che ora mi danno un sacco di medicine e dicono cose assurde… Che sono malato, che non sto bene. Che gentaglia. Ti distruggono. Ti tolgono quello che ti sei guadagnato e poi cercano di guarirti!

 

 È assurdo. Non è giusto!