GESU IN CROCE

Di Andrea Pauletto


 

Il mio capo dice sempre; il giorno è composto da ventiquattro ore. Otto ore per dormire, otto per lavorare, otto ore per divertirsi. Predica bene razzola male. Le sue di giornate si dividono in due; sedici ore per il lavoro e otto per dormire. Vorrebbe che anche io facessi lo stesso… mi dividessi i giorni in due fasi. Ma stiamo scherzando!?! E’ stressante. Io ho bisogno di scioltezza, devo essere sciolto! Otto ore per il lavoro, servono. Arrivo alle quindici, quindici e trenta… alle ventitré sono fuori. Stacco la testa. Ovviamente dopo aver riempito la mia bustina, la busta premio. E’ importante. E’ il mio sacco. Tre birre da trentatré centilitri, tre bottiglie da settantacinque di acqua, una naturale, due frizzanti. Un po’ di insalata verde, insalata di mare condita con poco olio e delle crostatine di fragoline di bosco appoggiate su di una base di ottima pastafrolla. Come un normalissimo operaio. E’ come se fossi il figlio del titolare, ma sul lavoro mi comporto, anzi… mi sento operaio L’ O… peraio. Preciso, determinato, affabile quanto serve, brillante e familiare. Con le persone. I clienti vanno trattati come i propri parenti. Io li tratto come se fossero miei fratelli di sangue. Sono importanti. Loro vogliono stare bene. Io, voglio che loro stiano bene, che siano accolti come fossero in un sogno. Io sono colui che apre loro la porta, che li fa entrare, che li accoglie. Io sono Dio. Ogni tanto anche per me ci vuole riposo però. Non posso essere sempre Dio. Riposo. Sparisco. Gli altri no, io sì, mi pare giusto. E’ complicato questo lavoro. Pieno di responsabilità… il mio capo è furbo; ed è complicato anche essere furbi. Bisogna saper stare al mondo dice. E’ capace lui di aggiustare le cose. -LASCIALA STARE QUELLA PRATICA- dice – CI PENSO IO- . E’ furbo lui, pure troppo per i miei gusti. Intanto oggi io… ho bisogno di staccare. Riposo. Nella busta ho messo tutto. Vado! Senza dire nulla. Niente. Vado via! Posso sembrare scortese a volte, ma non è così! Sono sempre stato un ragazzo educato. La riga da parte me la facevo da solo, davanti allo specchio. Ero piccolo. Avevo i vestitini pronti sul letto, ma li indossavo da solo. Non sempre mi piacevano… i soldi non li avevo per comprarli io; non avevo nemmeno la sfrontatezza per urlare a mia madre –COMPRAMI QUALCOSA DI DECENTE, TROIA-. Nemmeno avevo il fegato di urlarlo a papà. Sono sempre stato educato. Ero un bel bambino… a modo; educato. La prima cosa che ho imparato, guardando gli altri, è l’ educazione; essere sempre, sempre, sempre, gentile. Mai rumore. Non essere rumoroso. Non urlare. Tenere la voce bassa. La domenica poi in chiesa aprire la bocca solo quando i canti, le preghiere e il prete lo imponevano. Nel CREDO, nel PADRE NOSTRO, negli alleluja. Ci andavo sempre solo a messa. Dalla mia casa fino in chiesa correvo ripetendo tutte le preghiere a memoria… dovevo essere prontissimo per la cerimonia. Se non fossi stato pronto mi sarei sentito in grave colpa per tutta la settimana. Papà si sarebbe incazzato e mamma mi avrebbe ossessionato fino alla domenica successiva. Voleva sapere tutto della cerimonia lei. Era presente, ma non veniva con me, controllava se in chiesa c’ ero, io la vedevo, facevo finta di nulla, lei non sapeva che anch’ io la controllavo. La vedevo, sì la vedevo… sempre. Diceva che in chiesa non c’ era. Che stronza. C’ era, c’ era, eccome se c’ era… dietro, due file dietro di me. Controllavo tutto. La sentivo. Sentivo la sua ansia, la sua pesante presenza ed i suoi occhi sulla mia testa… tanto che ogni cinque minuti mi toccavo i capelli spaventato per controllare se erano a posto. Mi stendevo i capelli per bene cercando di appiattirli sulla testa. Ero stato quasi mezz’ ora davanti allo specchio per sistemarli. Dovevano essere sempre a posto. Capelli, giacchetto, camicia, pantaloncini, scarpette e memoria. Memoria per le preghiere, soprattutto per il Credo, il più difficile. Pieno di aggettivi. Mi preparavo così bene che rispettavo la punteggiatura; ogni punto, ogni virgola. La maggior parte della gente sbagliava, proprio lì, davanti al prete. Che vergogna. Chiudevano gli occhi come fossero in trans e aprivano la bocca per far vedere che sapevano le parole, ma erano finti. Vergogna. Io mentre pregavo riuscivo a guardare queste persone e capire quanta falsità c’ era in loro. Me ne accorgevo io. Ero già pronto. Pronto per pregare veramente e pronto ad accorgermi che la maggior parte di quelli non avevano nessun motivo per stare di fronte al prete, che poverino fingeva di non vedere. Ma soffriva lui. Si vedeva quando metteva l’ ostia nelle loro bocche durante la Comunione. Gli tremavano le mani. Quelle povere mani che mettevano l’ Ostia in quelle bocche vecchie, velenose, maleodoranti e false che entravano nella sua Chiesa e impestavano anche l’ odore dell’ incenso. Era bravo però; aveva come dei cazzo di poteri. Alzava le mani ed iniziava la grande cerimonia. Io mi controllavo i capelli. La riga da parte, doveva essere ben dritta. Il prete come Dio, mi osservava. Dall’ alto del suo altare se ne stava a braccia aperte a recitare lentamente il Credo. Anche io ci credevo. Che bello. Chiudeva gli occhi e quasi sussurrava il messaggio di Dio. Io gli occhi li tenevo sempre aperti, spalancati, dovevo vedere tutto e tutti. La mia voce era forte, sapevo tutto a memoria, potevo concentrarmi ad osservare le persone. Tutti immobili sotto l’ altare. Guardavo quelli . Che strani vecchi. Non azzeccavano una sola parola. Non facevano altro che imitare il prete… occhi chiusi e voce bassa. Io mi sentivo forte. Avevo un sacco di energia, ma dovevo rimanere fermo, immobile, come un tronco di pino! Occhi aperti, gambe dritte, petto in fuori e… CREDO IN UN SOLO DIO, ONNIPOTENTE e poi… PADRE NOSTRO CHE SEI NEI CIELI, SIA SANTIFICATO IL TUO NOME… SIA SANTIFICATO IL TUO NOME, VENGA IL TUO REGNO… sì mi sentivo dentro… SIA FATTA LA TUA VOLONTA’… sì ero lì, sono qui, qui con te e per te Signore… vieni giù da lì. Vieni. Vieni qui! Giù da quella croce! Avanti! Scendi. Mi sarebbe piaciuto; niente però. L’ ho sempre visto la appeso. Mai che si fossero degnati di schiodarlo da lassù. Da quella brutta croce… ma io so che il trucco stava proprio in questo… se non fosse rimasto inchiodato la sopra non avrebbe potuto mettersi in contatto con il prete, solo così poteva parlare al prete. Così. Inchiodato in croce. Aveva una bella pelle, era muscoloso, ma il viso triste, rivolto verso il basso, sempre… non lo cambiavano mai… avrebbero potuto almeno vestirlo o mettergli qualcosa di decente addosso… almeno le domeniche di dicembre… niente invece… sempre nudo se ne stava. Nudo e inchiodato. Vergogna. Avrei voluto alzare la voce. Urlare. –TIRATELO GIU. FATE PARLARE LUI, VESTITELO! SE NE STA ZITTO. BASTA. METTETEGLI SOPRA QUALCOSA E FATELO PARLARE. GESU’ CRISTO. PARLA!   Zitto se ne stava. Solo il prete parlava. Padre nostro che sei nei cieli. Io non vedevo niente. Solo disegni di angeli e angioletti sopra di me. I cieli poi erano solo disegnati. Nessun movimento. Io volevo vederli volare. Era tutto falso. L’ unica cosa vera erano gli occhi di mamma che sentivo in  testa, se non ci fosse stata lei sì che mi sarei ribellato alla cerimonia. Anche se ci tenevo mi sarei ribellato. Sarei salito sull’ altare ed avrei lanciato a tutti le parole del Signore, quelle parole sacre che mi piacevano tanto. Gliele avrei tirate addosso come sassi. VOCE FORTE, APERTA, PETTO IN FUORI, GAMBE DRITTE, SPALLE SCIOLTE e OH GESU’ D’ AMORE ACCESO OH MIO CARO BUON GESU’. OH GESU’ D’ AMORE ACCESO OH MIO CARO BUON GESU’, CON LA TUA SANTA GRAZIA NON TI VOGLIO… OFFENDERE… MAI PIU’ !! Mi sento la testa pesante. Mi fa quasi male. Sono gli occhi di mia Madre? ( si volta indietro) No, non la vedo più. E’ furba. Non vuole che mi accorga di lei. E’ da un pezzo che so tutto, mi sento addosso la sua ansia. E’ facile con lei. Va via prima per poi a casa  come se niente fosse farmi l’ interrogatorio. Ah… io tengo duro cara. La cerimonia me la faccio tutta. Non sono uno che perde tempo io! Mi manca solo l’ ostia. La posso prendere in bocca solo dopo essermi confessato, ed io mi confesso sempre, prima della messa. Di corsa, velocissimo mi avvio verso il prete. Che per la prima volta scende quasi in mezzo a noi, a noi uomini. Scende giù dall’ altare; è vero scendeva giù. Con l’ ostia. In mano. Quello strano dischetto bianco. Mi piaceva. Non vedevo l’ ora di farmelo mettere in bocca; il dischetto. Buono. Non sa di niente, buono comunque, in bocca. Tutti dicevano così! Si scioglie in bocca. Non lo masticavo, mi si appiccicava al palato e rimaneva li appeso, per poi sparire dolcemente. In ginocchio davanti al prete, con la bocca aperta aspettando l’ ostia… li sì che chiudevo gli occhi. Non avevo il coraggio di guardarlo fisso negli occhi. Ci credevo nella confessione. Tanto. Anche se non avevo fatto del male a nessuno… poi tutto finiva. Di li a poco la cerimonia sarebbe finita ed io diritto a casa, di corsa, velocissimo, per il pranzo. Li c’ è un sacco di energia. Un mucchio di roba. Lui è il Re. Bisogna stare zitti. Tutti zitti devono stare, dice. Tutti!

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