CRACK! (Cocaina)

Di Andrea Pauletto


 

 

Lo senti? Senti che suono. Un rumore tutto particolare. Appena la fiamma sfiora il cristallo. E’ un suono tutto particolare. Senti. Crack!

Proprio così fa, Crack!

La strada è bagnata. Tutto oggi ha piovuto. Dalle sette di questa mattina, penso, fino ad un’ ora fa. Cinque. Sono le cinque e credo di essere in ritardo. Mi devo sbrigare. La strada è lunga. Mi ci vorrà un’ ora. Forse anche di più, l’ asfalto è bagnato, non devo correre, ma fare attenzione, soprattutto stare sveglio in curva, la mia macchina sul bagnato scivola via, non tiene molto. E’ pericoloso correre troppo in macchina di questi tempi, in giro c’ è un sacco di gente completamente svampita che guida come se niente fosse. Ma la patente dove l’ hanno presa? Forse al supermercato con i punti. E’ una vergogna. Io invece sono molto bravo. Non guido ne troppo veloce, ne troppo piano; sono preciso, attento, sicuro, vedo tutto, mantengo anche la distanza di sicurezza, uso le frecce, sempre, prima di mettermi al volante controllo costantemente il funzionamento delle luci, l’ olio, l’ acqua e che il filtro e le candele siano pulite, immacolate. Ma cosa più importante, mi assicuro che non ci siano perdite dal motore. Non vorrei ritrovarmi un giorno a piedi in mezzo alla strada durante uno dei miei viaggi del mercoledì pomeriggio. Rimanere a piedi, mai! Devo essere sempre attento, preciso, tenere tutto sotto controllo. Non sono ammessi errori. Il mercoledì, tardo pomeriggio viaggio. Un’ ora di strada, anche più, dipende dalle condizioni atmosferiche, viaggio contento, voglioso e puntuale. Il mercoledì, tardo pomeriggio alle sedici e trenta inizio a prepararmi. Camicia nera, manica lunga, stirata, jeans puliti, blu, scarpe basse, di marca, capelli pettinati, lucidi, portafogli relativamente gonfio, bottiglietta d’ acqua, mezza piena e voglia, quella sempre.

Sono riposato, ho dormito fino alle quattordici, dodici ore filate. Dopo le mie due birre notturne piene di relax mi sono tuffato tipo pesce nel letto a due piazze quasi sempre fatto e morbido che ospita le mie notti. Mi sono svegliato pieno di propositi e con il viso disteso e fresco sono entrato nel mio bagnetto color vaniglia e li ho fatto festa, sporco sono entrato e… denti, faccia, doccia, cesso. Sciacquato, pulito, fresco e profumato sono uscito. Candido e immacolato mi vesto in fretta. Non dimentico nulla. Chiavi prese, portafogli ce l’ ho, scarpe pure, quindi, andiamo, forza, Mario stai tranquillo che tutto andrà bene, dovrai solo affrontare quest’ ora e poco più di viaggio, poi tornartene indietro verso casa, ancora una volta e… fare ciò che devi!

Accendi l’ auto e via, verso chissà dove. Lo sai tu! Passerà in fretta il viaggetto. La strada scivola via. Tra una rotonda e l’ altra mi accendo una sigaretta per reggere la pesantezza dell’ attesa. Tra un paese e l’ altro che percorro con nervosismo penso, penso e ripenso al momento in cui sarà tutto finito, in cui arriverò a destinazione ed avrò in mano ciò che mi spetta. Manca poco alle sei di sera, l’ ora è quasi passata ed io ho percorso quasi quarantatre chilometri. La strada è tutta diritta, ci saranno un paio di curve ma tantissime rotonde, pare infinito il percorso. Eccomi. Arrivato. Ce l’ ho fatta. In nemmeno un’ ora e mezza. Non ho corso troppo e ce l’ ho fatta rapidamente. Qui dove sono ora, in questo apparente inutile paesino pare non abbia piovuto, la strada è asciutta e bollente, il sole è alto e scotta, una bellezza l’ atmosfera che mi avvolge in questo piccolo, inutile ma accogliente ammasso di case e minuscole palazzine. Sono nel cuore del piccolo paese e cerco un parcheggio, ma è difficile, ci sono macchine dappertutto. Cerco costantemente, nel giro di dieci minuti trovo posto li vicino, quasi accanto al bar dove avrò ciò che mi spetta. Posteggio l’ auto tra la vecchia biblioteca ed il cinema. Il tanto famigerato bar poco lontano da dove sono cresciuto mi attende insieme alla mia adorata e venerata sambuca con ghiaccio e mosca che Marika la barista brutta come il peccato mi prepara amorevolmente non appena mi vede entrare con il mio solito sorriso ironico che mostro solo in certe occasioni. E’ tutto perfetto. Tutto… sotto controllo. Sorseggio con decisione. Una, due, tre. Amo la sambuca, ha un gran bel profumo. Arrivato alla terza riesco a rilassarmi quasi completamente. E’ un bel momento. Manca solo una cosa, il mio amico, l’ amico del mercoledì pomeriggio che non arriva mai puntuale. Lo sento però. E’ vicino, lo sento. Infatti arriva nel giro di poco. Entra, mi vede, sorride, si fionda su di me e stringe il mio corpo con un calorosissimo abbraccio. Solo lui sa come farmi felice. Non parliamo molto. Basta un, ciao come va, poi ognuno per la sua strada. Stiamo poco insieme, il mio amico biondo del mercoledì tardo pomeriggio mi da una stretta di mano, non beve nulla poi sparisce, esce dal bar come se niente fosse, mi da ciò che mi spetta, con una stretta di mano, senza farsi vedere troppo da nessuno. Una stretta di mano che vale duecento euro. Dentro quella mano ci sono duecento euro di gioia. Mi passa il tutto e se ne va! Anch’ io dopo le mie sambuche esco dal mio amato bar e ciondolante mi avvio verso l’ auto, la accendo e torno a casa pronto e contento per fare ciò che devo… fare. Per non pensare, per non demoralizzarmi, per stare con me stesso e divertirmi in solitudine. La strada del ritorno è lunga e a quest’ ora ci deve essere qualche posto di blocco che incontrerò sicuramente ma che con arguzia, calma e nervi saldi eviterò. Non mi hanno mai fermato in macchina e non lo faranno mai. Io ho il viso del bravo ragazzo, sono leggermente ubriaco ma non a livelli indecenti. Infatti, sono salvo. Ne ho visti tre di posti di blocco e nemmeno uno mi ha ostacolato. Sano e salvo arrivo a casa. Posteggio con calma, estraggo le chiavi dalla tasca, apro la porta e mi tuffo nella mia siderale solitudine, nel mio piccolo, accogliente appartamento. Sono pronto per iniziare. Devo rilassarmi e… cucinare.

Gli attrezzi sono tutti li, pronti per essere utilizzati, basta poco, una bottiglietta d’ acqua piena a tre quarti, un poco di carta stagnola, due umilissimi pacchetti di sigarette, il potentissimo accendino bic, un cucchiaio magico ed onnipresente, una semplice cannuccia, poi lei… la sostanza, la gioia, la compagna delle sole sere di un ragazzo sensibile e voglioso, lei che si nasconde nelle mie calze per evitare i posti blocco. Duecento euro di gioia e leggerezza nelle mie pulite e profumate calze. Estraggo il tutto e lo poso sul tavolo della mia amorevole cucina. Accendo al massimo il fornello elettrico, nel frattempo butto la sostanza nel cucchiaio, duecento euro su di un umile pezzo di ferro, duecento euro di gioia che sciolgo immediatamente con due gocce di acqua sul mio affidabile ed onnipresente cucchiaio. Manca solo una cosa. La più importante. E’ fondamentale, senza non esce nulla. Cerco per tutta la casa, corro da una stanza all’ altra, quasi mi dimentico, fatico a trovarlo, dove può essere?

In cucina non trovo nulla, nemmeno nella camera da letto. Dov’ è? Dov’ è? Dov’ è? Sono nella merda! Ora che faccio? E’ l’ ingrediente più importante. Senza di esso tutto finisce. Sprecherò le mie duecento euro di gioia che porto nelle calze… Ah… trovato! Sì, cazzo! Se ne stava li solo in un bidoncino di metallo alle porte del mio bagnetto color vaniglia! E’ bellissimo! Bianco e puro, al cento per cento! Eccolo, nella scatoletta color azzurro mare. Se ne sta li dentro buono, buono. Sono strafelice! Sì! Sì!

Ora ho tutto. Non manca nulla. Sono pronto per offrire alla cucina la mia esperienza di cuoco.

Fornello, acceso, al massimo, bottiglia pronta, trasformata, come per magia diventa una grossa pipa. Cucchiaio, pieno di sostanza, due, tre gocce d’ acqua e lui… l’ ingrediente più importante… puro, purissimo bicarbonato di sodio, colui che pulirà il tutto, colui che trasformerà gioia chimica e sporca in gioia pulita e candida, colui che distruggerà tutte le impurità, colui che trasformerà questa sostanza polverosa in un concentrato di cristalli pronti per farmi tremare, come tutti i mercoledì tardo pomeriggio, il mio solo e fragile cervello!

Cinque minuti ai fornelli mi bastano, il tutto si è sciolto nel cucchiaio, uso dei pezzi di carta scottex per asciugare la sostanza che rimane umida, aspetto altri cinque minuti poi poso il tutto su di un piatto. Devo dare il tempo alla mia gioia, al mio tesoro, di asciugarsi bene, bene.

Ho una voglia pazzesca, non posso descriverla a parole. E’ magnifica, dura, bianca, quasi si illumina, vedo come… una… luce. No, che dico. Sono i miei occhi che si illuminano. Non resisto. Devo battezzare il momento. Strappo un pezzo di cristallo, lo poso sulla bocca della bottiglia piena di cenere. Mi attacco alla cannuccia come ber succhiarla, tiro, insieme alla fiamma che sfiora il cristallo e poi…

Bum! Bum! Bum!

Tre colpi, tre fumate e…

Mi trema la testa, mi trema il cervello, mi tremano gli occhi!

Ma io me ne fotto!

Riesco solo a pensare a questo.

A questo. Sento solo questo.

Lo senti? Senti che suono. Un rumore tutto particolare. Appena la fiamma sfiora il cristallo. E’ un suono tutto particolare. Senti. Crack!

Proprio così fa, Crack!

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