MIA

Di Andrea Pauletto


 

 

 È assurdo!

Non è giusto…

ti tengono dentro un paio di mesi, poi così, di colpo… arriva uno e ti dice – RAGAZZO SEI LIBERO, PUOI USCIRE-

Come posso uscire? – SI’ PUOI ANDARE VIA DI QUA, DICONO CHE NON PUOI PIU’ STARE QUA … ANDRAI IN UN POSTO ADATTO A TE! IL TUO AMICO IN GIACCA E CRAVATTA TI HA SALVATO IL CULO!

 

Incapacità di intendere e volere mi hanno dato, quindi uscirò da quest’ albergo. Il mio amico in giacca e cravatta mi ha salvato il culo? Questo mi priva di vitto e alloggio gratuito a spese dello stato, tra l’ altro e mi salva il culo! Lui diceva di proteggermi. Questo non è proteggere. Se fa così mi fa arrabbiare! Stavo bene lì, in quella stanza doppia, con il mio compagno Ilir, avevo un lettino, il wc, il lavandino, il fornelletto elettrico. Tutto lì avevo.

Ed era giusto che stessi in quell’ albergo, cazzo!

Mi hanno tolto l’ albergo.

Non posso più parlare con Ilir, il mio compagno di stanza.

Non posso più stare lì sul mio lettino a guardare il soffitto.

Non posso più fare il caffè sul fornelletto.

Mi hanno tolto quello che mi ero guadagnato con il sudore e la fatica. Hanno distrutto un ragazzo. Loro si divertono.

Ti guardano giocare senza fare nulla, poi quando capiscono che ti diverti e che vuoi andare avanti a giocare. Ti fermano! Perché? Perché si annoiano. Ti controllano, ridono di te poi quando gli va ti bloccano.

-ADESSO BASTA GIOCARE. HAI ESAGERATO, IL GIOCO SI E’ ROTTO. DACCI LA MANO E VIENI CON NOI-

Certo che vengo con voi, però prima voglio bere un caffè, gli ho detto.

 

22:30, 10 novembre 2006.

 

Era la mia prima esperienza.

Era, la prima volta che giocavo a quel gioco.

Loro… i guardoni, lo sapevano che era la mia prima volta… per questo mi hanno trattato bene quando mi hanno portato nella hall dell’ albergo a bere il caffè, ma mi guardavano in modo strano, come se avessi fatto qualcosa di male. Non capivo. Li guardavo e non capivo. Riuscivo solamente a bere il mio caffè. Mi bastava quello. in quel momento volevo solo quello. Il mio caffè. Invece loro evidentemente non volevano solo offrirmi un caffè, volevano sapere qualcosa. Mi facevano mille domande. Perché, per come… ma io non sapevo che fare. Mi sentivo tranquillo e leggero, come se mi fossi tolto un peso.

Avevo in fondo fatto del bene a me stesso. Volevo solo andare in albergo. Ma, invece i guardoni mi aprono la porta e mi fanno – VAI A CASA A FARTI UNA DORMITA E NON TOCCARE PIU’ QUEL GIOCO, ORA VEDREMO DI AGGIUSTARLO E NESSUNO, SE FARAI IL BRAVO, VERRA A PRENDERTI. CHIARO?-

Chiarissimo, dico io. Non avevano capito niente.

I guardoni oltre che essere malati sono anche un po’ stupidi!

Così non facevano altro che invogliare Cristian a giocare ancora e ad andare a cercare il suo gioco, il suo passatempo preferito.

Fuori dalla Hall, sempre più lontano dall’ albergo, penso che tutto sia finito e passato… e ci rimango male. Pensavo mi tirassero almeno uno schiaffo quelli là… avrebbero risolto qualcosa con uno schiaffo. Invece no, mi hanno trattato con i guanti.

 

Prendo di corsa il novantasette, verso casa… ascolto il consiglio.

Cerco di dormire, ma non riesco. E’ più forte di me. Faccio di tutto per stancarmi e prendere sonno, lavo i piatti sporchi, pulisco il vetro dell’ acquario, dò da mangiare ai pesci… ma dopo un’ ora… niente. Anzi, sono più arzillo di prima. Che faccio? Devo stancarmi. Quindi scelgo l’ ultima cosa che avrei voluto fare.

Prendo un secchio, lo riempio di acqua calda e candeggina e poi immergo lo straccio al suo interno così che possa assorbire bene acqua e candeggina.

Acqua e candeggina, acqua e candeggina, acqua e candeggina che distruggeranno ogni impurità dal pavimento di casa mia.

Pavimento che dopo due ore brilla come uno specchio. Era meraviglioso. Rimasi immobile con lo straccio in mano davanti alla porta della mia stanza per dieci minuti ad osservare piastrella per piastrella quello che avevo combinato!

Un ottimo lavoro. Un lavoro che mi rese orgoglioso quella notte, perché mi regalò la stanchezza che cercavo. Una stanchezza che mi portò finalmente a letto, dodici ore.

 

Ma dodici ore purtroppo passano in fretta.

11:45 del mattino, 11 novembre 2006.

 

In casa ancora un forte odore di candeggina, forte come la voglia che ho di bere quattro caffè, quattro caffè che forse terranno occupata la mia mente a pensare a tutto tranne che a Mia, per un giorno.

Chi è Mia? Il mio gioco!

Mia è dolce, una brava ragazza che si diverte a farmi del male, però è seria perché segue le regole, deve farmi del male, altrimenti il gioco finirebbe e nessuno potrebbe più fare il proprio lavoro.

Io non potrei più amarla, lei non mi potrebbe più odiare e i guardoni non potrebbero più guardare. forse loro mi stanno guardando anche ora. Che dite?

Io dico… ma chissenefrega se i guardoni, quei tizi col cappellino e il vestitino blu mi stanno guardando. Loro non possono capire l’ amore che mi lega a Mia. nemmeno lei lo capisce!! Per questo decido di chiarire a quella brava ragazza che sono disposto a tutto per dimostrarle il mio sentimento, un sentimento di autentico affetto, un affetto che mi porta quella sera stessa sotto casa sua per l’ ennesima volta.

So che quel giorno non avrei dovuto pensare a Mia… ma quattro caffè sono pochi per farmi dimenticare che lei deve capire che faccio sul serio.

Adesso basta! Devo agire.

 

Tutte le sere a casa sua entra un uomo, è vecchio per lei e non mi piace.

Ha l’ andatura appesantita, viso pallido, stempiato, barba incolta, sguardo serioso, ben vestito però. Ma non mi piace. l’ unica cosa che mi piace è la sua macchina. Peccato che sia molto sporca. Ci vorrebbe qualcosa per pulirla. Avessi quì acqua e candeggina sai che servizio che farei… ma io…. questa sera devo illuminare il quartiere e rendere visibile a tutti l’ immenso affetto che provo per quella ragazza che sta male e per questo mi fa male sporcandosi con quell’ uomo. Lo sporco va eliminato e per eliminare lo sporco servono i prodotti giusti.

Due fiammiferi e due litri di benzina!

Mi guardo intorno, stando bene attento che non ci siano i guardoni. E’ tutto tranquillo. Deserto. Prendo la bottiglia che ho riempito di benzina e la svuoto completamente sull’ auto dell’ uomo che sta con Mia.

Accendo i fiammiferi, li lancio sulla macchina e nel giro di un attimo quei due litri di benzina riescono finalmente ad illuminare tutto il quartiere. Una meraviglia. Altro che acqua e candeggina. Non c’ è cosa migliore del fuoco per lavare via le impurità. Ho fatto un ottimo lavoro. Mia sarà molto contenta. Dovrei andare a casa a dormire, dodici ore, ma non posso, prima devo parlare con Mia, farle capire che c’ è troppo sporco in giro e che io sono qui perché lei rimanga pulita! Decido così di salire al primo piano, dove abita lei, fregandomene dell’ auto che brucia e dei guardoni che potrebbero arrivare da un momento all’ altro. Suono il campanello, esce lui, spiego la situazione – C’ E’ LA TUA MACCHINA CHE STA’ BRUCIANDO NEL PARCHEGGIO, BELLO, TI CONVIENE SCENDERE! – cosa che lui fa subito, lasciando anche la porta aperta. Entro per parlare, lei mi guarda, immobile, in silenzio, io mi guardo intorno, tutta la casa, il pavimento, i mobili, le pareti. E’ sporca!

Chiedo a Mia se posso dare una pulita. Lei mi prende a male parole… Che ci fai qui… Cristian vattene… mi fai paura… cosa vuoi?

Come cosa voglio? Sono qui per proteggerti. Le dico. Scoppia a piangere e mi fa pena. Il mio gioco si è rotto. Anche io sto male e decido che questa storia deve finire. Parlare ormai è inutile. Lei non vuole parlare. Piange, ha paura, ha paura di una persona che le vuole bene. E’ assurdo e non è giusto.

La prendo per i capelli e la trascino in cucina, è tutta sporca di trucco in viso, la devo lavare. Ma è difficile. Urla e si dimena. – TI PREGO LASCIAMI, COSA VUOI.- Voglio lavarti, le dico, voglio pulirti e poi andare in albergo, a dormire. Dodici ore! E per farlo mi servi tu.

 

00:15, 12 novembre 2006

 

Le ho strappato la gola come un foglio di carta. Non ho fatto niente di male. Ho fatto, in fondo del bene a me stesso. Ho spento il gioco una volta per tutte.

I guardoni sono arrivati tardi e si sono anche arrabbiati. Mi hanno portato subito via. Senza nemmeno darmi il tempo di dare una pulita. Quella casa faceva schifo e Mia era tutta sporca. Loro arrivano solo quando gli fa comodo. Non mi hanno nemmeno rivolto la parola. Subito in albergo mi hanno portato. Mi pareva strano. Ma forse avevano capito che ero stanco… stanco di pulire, stanco di giocare, non lo so, non so niente, so solo che ora mi danno un sacco di medicine e dicono cose assurde… Che sono malato, che non sto bene. Che gentaglia. Ti distruggono. Ti tolgono quello che ti sei guadagnato e poi cercano di guarirti!

 

 È assurdo. Non è giusto!

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