LO STORTO CONTADINO

Di Andrea Pauletto


 

 

Nel bosco dietro casa sono rimasto nascosto. Mia Madre e il Re mi hanno cercato per tutto il paese. Paese, paesino, settemila anime che sanno fare tutto tranne che i cazzi loro. Nessuno sapeva dove ero. Sto qui tranquillo, in mezzo agli alberi, un po’ sogno un po’ ragiono sul da farsi… tipo, andarmene, partire dal paese. Dalla mia casa, dal Re e da mia Madre. Non so come fare a venir via. Non lo so… quindi sogno… parlo tra me e me. Già il primo passo l’ ho fatto. Sono uscito da casa. Sono riuscito a scappare… ma ho già fame… li a due passi c’ è un piccolo orto. Nemmeno il tempo di prendere un paio di pomodori che una macchina si avvicina, chi è? Ho paura. Cerco di stare calmo con i pomodori in mano ma la tensione sale alle stelle, non riesco a capire chi sia; sarà il proprietario dell’ orto, forse, credo proprio di sì, sto calpestando una proprietà privata… anche l’ insalata, sto schiacciando l’ insalata, tutto… no! Sono nervoso, nervosissimo… mordo un pomodoro, l’ altro mi casca dalla mano, che schifo, crudo senza sale e olio fa proprio schifo; mi faccio forte, esco dall’ orto e mi nascondo dietro gli alberi, tra i cespugli del bosco, così non sarò più così visibile… ma ci vuole poco per trovarmi… la macchina è già ferma con il motore spento… un uomo scende e viene verso di me, è l’ uomo della terra, il contadino che vedo tutte le sere da balcone della mia stanza. E’ grande e grosso come il mio Re, sporco e storto, ma sembra dolce, non so perché, sono uno sensibile io, sento della dolcezza che esce da quell’ uomo che cammina storto. Ora più che storto è veloce, mi trova subito, è arrabbiato, riesco comunque a sentire la sua dolcezza… anche se mi prende, mi stringe forte il braccio per tirarmi fuori dalle foglie, sento che è dolce e che lo deve fare per il bene del suo orto… della sua terra… io ho fatto danno… ho rovinato il suo piccolo regno, ho distrutto insalata e pomodori, lui mi sta solo rovinando il maglioncino… tira forte, da tutte le parti, dal braccio alla spalla… sento poca decisione in lui… potrebbe sbattermi per terra ma non lo fa, forse non riesce, forse non vuole, tira e basta, non dice nulla, mi guarda, i suoi occhi sono verdi come le foglie degli alberi… dolci direi, non neri e cattivi, non sono cattivi, lo sento, posso sentire tutto ora, anche se mi tira il braccio e la spalla sento tutto. Sento… sento che… l’ ha rotta. La manica. La manica l’ ha proprio rotta. Mi ha rotto la manica del maglioncino, così, come fosse niente. E’ vuoto ora, quella dolcezza non la vedo, non la sento più. E’ vuoto, come mi sento io adesso, per terra, sbattuto contro l’ albero come fossi uno spaventapasseri, vuoto ma con tanta voglia di piangere. Mi fa male la schiena e la testa. Mi ha fatto male. Forse ha ragione, io rimango seduto, sbattuto ai piedi dell’ albero. Un altro nei miei panni sarebbe già scappato… io no! Sono il figlio del Re… devo affrontare la situazione, prendermi le mie responsabilità, come dice spesso lui, il mio Re. Lo dice quando faccio degli errori, quando rovino qualcosa devo rimettere tutto a posto; tutto. Questa situazione è difficile ma devo mettere tutto a posto. Lavorerò per lui. Sistemo il suo orto. Mi insegnerà come fare e… lo farò… da solo… sotto la pioggia, la mattina presto… dormirò sotto gli alberi e… sistemerò tutto. LO GIURO, SISTEMO TUTTO LO GIURO. NON TIRARMI PIU’ PER FAVORE. INSEGNAMI COME FARE. FAMMI VEDERE! PER FAVORE, FAMMI VEDERE. L’ unica cosa che ho visto è il suo piede nella mia pancia. Che schifo. Che schifoso. Lo stivale fa male. Non riesco più a guardarlo. Mi manca il fiato. Sto quasi per riuscirci… no. Non ce la faccio ad urlare. Mi manca proprio il fiato, l’ aria non esce… soffoco. Aiutami, Signore aiutami ora… non so che cosa fare… veramente non so cosa fare. Questo sta fermo davanti a me, mi ha preso a calci, è qui davanti, ho distrutto il suo orto lo so un po’ è colpa anche mia, ho pagato, credo; mi ha fatto male ma ora sta qui fermo a guardarmi credo… non lo so perché ho paura, io riesco solo a guardare la terra piena di ciliegie e mele marce… e… i suoi stivali, vedo i suoi stivali davanti a me… dove finiranno? Sulla mia bocca? Dentro la mia pancia? Dove? Dove è la sua dolcezza? Quella che sentivo. La mia c’ è! C’ è ancora. Sta qua. Qua. Dentro il mio petto! La tua? Dov’ è? Tira ancora. Dammene un altro. Nel petto. Avanti. TIRA! E’ facile. Sei tu Dio adesso. Fai quello che vuoi contadino sporco e storto. Comandi tu. Sei tu il padrone ora. Solo ora e qui lo sei. Fuori cosa sei? Chi sei? Non lo sai nemmeno tu, magari. Io ho paura, fai quello che devi fare, puniscimi, se non lo farai tu forse lo farà il Signore, oppure il Re. Lo sai chi è. Se si arrabbia sono cazzi. Lo vedo già addosso il tuo stivale da contadino. Lo vedo, lo sento nello stomaco. Fallo. Contadino da quattro soldi. Mi prende la mano… la mano… non dovresti darmela in faccia la tua mano sporca invece di prendermela come fossi il tuo fidanzatino, la tua giovane marchetta qui sotto agli alberi per farti eccitare? Io sono immobile, senza energie, – FACCIAMOCI PORTARE. SI’. VOGLIO VEDERE, SONO CURIOSO… ARRABBIATO ANCHE, NON SENTO PIU’ DOLCEZZA IN TE, UOMO STRANO… ANCHE SE NON MI HAI DATO UN CALCIO ED ORA MI PRENDI SEMPLICEMENTE PER MANO NON AVVERTO PIU’ DOLCEZZA, MA QUALCOS’ ALTRO, TENEREZZA. PERCHE’ NON MI FAI PIU’ DEL MALE? CHE SIGNIFICA LA TUA MANO, LA TUA MANO… MORBIDA… E… CALDA. COSA VUOI FARMI? SENTO TENEREZZA. DOVE MI PORTI? Lui non risponde. Sta zitto. Sembra non avere l’ uso della parola, usa solo le mani, per tirarmi il maglioncino prima, ora per afferrare la mia piccola mano, aiutarmi a stare in piedi e portarmi chissà dove, fuori da questo piccolo bosco, oltrepassando il suo piccolo orto e farmi sedere nella sua piccola auto. Mi sento a mio agio, non provo assolutamente nulla; sono… congelato, passivo. Non provo nulla a parte curiosità. Dove andremo? Che succederà? C’ è gelo e silenzio nella sua piccola auto. La accende con sicurezza, mi tocca la spalla e parte, fa inversione, percorre il vialetto sterrato ed esce dal suo regno, siamo per strada. -DOVE ANDIAMO?- dico io. Non risponde. Guida e basta. In realtà so dove mi vuoi portare, in un posto più appartato, dove nessuno potrà ne vederci ne sentirci, ma io non dirò nulla –PORTAMI DOVE VUOI, CONTADINO DOLCE, PORTAMI DOVE TI PARE, UN PIANO CE L’ HO! TI FARO’ MALE. SAI LE RISATE. TI FARO’ MALE. SONO ORGANIZZATO, IO. TI FARO’ MALE!- Tutto non va però come uno vorrebbe, o come uno pensa che vada. SONO ANCORA QUA. NO. ANCORA QUA. MI HA RIPORTATO INDIETRO. AVREI VOLUTO ANDARE AVANTI… INVECE… MI HA RIPORTATO QUA… IN GABBIA. DI NUOVO, IN GABBIA. LA MIA ODIATA, GABBIA. IL VECCHIO MI HA TIRATO UN COLPO BASSO. BASSISSIMO. SO QUELLO CHE AVREBBE VOLUTO FARE… SECONDO ME SE NON FOSSI STATO IL FIGLIO DEL RE AVREBBE PROVATO A VIOLENTARMI; L’ AVREBBE VOLUTO LO SO, ANCHE SE E’ DOLCE C’ E’ QUALCOSA DI STRANO E MALATO IN LUI, LO SENTO… ANZI, LO SENTIVO… PERCHE’ ORMAI SONO FOTTUTO. SONO ANCORA QUA… NELLA GABBIA!

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