BINDA (Seconda puntata)

Di Andrea Pauletto


Rotta. Spezzata come fosse un fragile fuscello d’erba. La catenella del lercio, incrostato e unto cesso gli è rimasta nella grassa e pelosa mano da picchiatore. Per questa volta il piscio presente nella tazza non verrà spazzato via dall’acqua pulita attraverso le condutture che portano direttamente all’interno della fogna del paese. Non c’è problema. L’addetto alle pulizie provvederà a chiamare l’idraulico. Ogni mercoledì pomeriggio una delle antiche catenelle sciacqua/piscio si adagia rotta nella mano dello sfortunato incontinente di turno. Anche la sua fronte, come quella dei curiosi pischelli, suda. Senza sosta. Sarebbe meglio cercare il fazzoletto di stoffa nella tasca dei larghi jeans per tamponare la fronte e evitare di uscire dal bagno con il volto impiastrato di acido e acqua. Gli amici e colleghi bevitori potrebbero preoccuparsi. Pensare male. Chiedere. Fare domande inopportune. Essere… invadenti. Questo non deve succedere. Se c’è una cosa che non sopporta è l’invadenza altrui. Fazzoletto trovato e velocemente estratto. Due potenti tamponate ripuliscono l’inquietante viso. Catenella posata con dolcezza sul bordo del lavandino. Un respiro profondo e… forza e coraggio. Non puoi permetterti di apparire di fronte al “pubblico” sudato e pallido! Fatti forza non è nulla. Sei il Re. Unico e solo Binda! Da lontano uno strano, stranissimo personaggio dice cose… strane come lui. Sembrano urla, farneticazioni di un essere instabile. Cos’è un pazzo, una malata creatura venuta in questo piccolo paese di anime che si fanno tutto tranne i cazzi propri, per ristabilire l’ordine morale? Se fosse un alieno sarebbe atterrato in via Giovanni Da Sovico con la sua astronave. Ma un’astronave non ha. Forse sta galoppando in sella a un temibile cavallo nero pece. No. Lo zoccolio equino non si sente, farebbero un sacco di casino gli zoccoli. La voce si fa sempre più vicina. Si riescono, ora, a percepire le parole. Sono scandite con convinzione e forza. Potentissime vengono sferrate contro i timpani di tutta la popolazione in questo pomeriggio infuocato di fine giugno! Ordine morale e ferree regole escono dalla sua bocca per essere seguite da tutti noi. “Viva la fica! E se il mondo si rivolta; viva la fica un’altra volta!” E’ uscito! Ancora tra noi civili è tornato. Onore a te, Franco Cobra, detto Serpe. La luce del mattino ti ha aperto gli occhi, ma tu, affaticato dalla notte movimentata a causa dei festeggiamenti per il ritorno in paese, sei riuscito con coraggio ad affrontare il risciacquo mattutino. Dopo due anni passati in raccoglimento, pieno e inondato da siderali solitudini, hai affrontato con audacia il vecchio bagno di casa tua. Sporco, unto, polveroso ma familiare. Aperto ad ogni tuo vizio e piacere. Sgrassati. Disintegra le impurità che infestano il tuo corpo saldo e nervoso. Agguanta con decisione il tuo scalpo e trasforma in brillante palla da biliardo la tua testa. I tuoi capelli lunghi da eremita e derelitto finiranno uccisi nel lurido cesso. Taglia, a fondo. Lava e strofina anima e corpo con prodotti di fine utilità. Tua madre li ha acquistati in Piazza Frette, nel piccolo supermercato del paese. Rendi onore alla tua sempre vicina famiglia. Lavati!

BINDA (Prima puntata)

Di Andrea Pauletto


Saab grigia del 1978, ultimo modello, ammaccata quasi dappertutto. All’interno ci sono fogli e foglietti di giornale che coprono i sedili quasi per intero, forse il suo cane si è divertito a strappare il tessuto degli interni. Non riusciamo a capire io e il pelato. Anche i vetri sono parecchio sporchi, dall’interno, uno spettacolo inguardabile, è tutto così lercio. Il pelato dice “E’ sua, è sua. Per forza, di chi deve essere?” Probabilmente ha ragione. Sono ormai due giorni che siamo appostati qui. Nessuno però sembra avvicinarsi alla lercia autovettura. Nessuno la apre, nessuno la guarda, nessun ladro cerca di rubarla. La gente ha paura. Noi no, siamo curiosi, vogliamo sapere e scoprire. Siamo vicini, vicinissimi. Al Bar, quel Bar… punto di ritrovo di gente strana. Decidiamo di toccare con mano il dubbio. Facciamoci forza e cerchiamo di varcare la soglia del locale. I vecchi del paese lo chiamano Popolo. Nome curioso. Popolo! “Perché Popolo?” Chiedo al pelato. Lui sa sempre tutto. “E’ il bar dei comunisti!” Dice. “Ci vanno solo loro. E’ pericoloso. Lo hanno fondato nel 1938 un gruppo di sovversivi di sinistra. Nemmeno le camice nere con manganelli e decreti sono riusciti a chiuderlo. Sono potentissimi!” Dino Capra sorseggia con calma ricercata il suo secondo e freschissimo Campari con ghiaccio e vino bianco. “Grazie bella! Questo va giù meglio del primo che mi hai fatto!” Sussurra nell’orecchio della barista dai capelli lunghi, ricci e crespi. Quando vuole fare un complimento le chiede sempre di farselo dire nell’orecchio. E’ una strana abitudine, ma lei glielo permette tutte le volte con il sorriso dipinto sul volto, come potrebbe negargliela quella curiosa abitudine, è il miglior cliente del Bar, Dino. Tutti i pomeriggi di tutti i santi giorni la sua massiccia presenza varca la soglia del Popolo. “Buona giornata a tutti, mi sento stanco, Campari! Ho bisogno di Campari spruzzato al vino bianco, Lisa tesoro mio spruzza un po’ di broda nel bicchiere!” E’ fatto così il Dino Capra. Vuole tutto e subito. In fondo cosa chiede!? Relax e sostanze alcooliche che possano distrarre la sua mente dalle assillanti preoccupazioni di tutti i giorni. Preoccupazioni che vengono in parte soffocate nella sua testa da un incontenibile ammasso di lunghi capelli bianco/grigi a stento raccolti da un enorme elastico nero. Da lontano pare abbia un selvaggio cavallo bianco galoppante sopra il cranio. “Sono così potenti i comunisti?” Chiedo al mio amico pelato. “Oh, tu non puoi rendertene conto. Quel posto è sopravvissuto alla guerra. Dicono che di nascosto ci andava anche Mussolini, di notte, quando era in chimica. Si vestiva pesante con cappello e occhiali scuri, neri. Era l’unico Bar aperto anche di notte. Il Duce, dicono venisse qui in paese da una delle sue amanti. Bevevano, chiavavano, camoglio, fame chimica e bum… nella tana del lupo!” “Ma non lo riconoscevano?” Dico io. “Cazzo di domande fai? Non lo so, mica c’ero.” In realtà lo storico proprietario del popolo conosceva eccome il Duce. Chiudeva un occhio però. Era un buon cliente. Come Dino, beveva, mangiava, spendeva e si faceva i cazzi suoi. Gli unici che davano fastidio erano qualche stupida e incosciente giovane camicia nera e la concorrenza del Bar vicino, I Combattenti. Frequentatissimo da imprenditori agricoli ed ex soldati della prima guerra mondiale, ormai quarantenni alcolizzati, delusi dalla patria e morfinomani. Tutte le sere scoppiava la rissa ai Combattenti! Urla, pugni, schiaffi, calci, accoltellamenti guidati più che dalla ragione, dal delirio della astinenza da morfina. Satana in quel Bar veniva chiamato in un altro modo. Droga. Non riusciamo a muoverci! Le gambe nostre sono come bloccate. La voglia di entrare nel locale dell’impossibile è forte, molto, ma l’emozione ci ha come congelato gli arti. Proprio ora!? Siamo vicini, è due giorni che aspettiamo di incontrarlo. Di vederlo. Guardarlo, toccare con mano e occhi il mito. Cosa si nasconde dietro il mistero della sua immensa e sacra persona? Io e il pelato ci guardiamo fissi. L’uno attende che l’altro si muova per primo. Il sudore ci riempie il viso come fossimo due fontane di acqua oligominerale. Le mani mantengono i nostri corpi eretti poggiandosi su uno dei cedri che infestano la via adiacente il locale. Riusciamo a vedere in parte all’interno del Popolo quello che succede e sentiamo leggermente il vociare dei clienti poggiati al bancone. Non riusciamo, però, sudatissimi ad assicurarci che lui sia ancora di fronte alla barista Lisa. La mia vista è debole ora che cerco di liberare le gambe dalla paura. Il pelato è messo peggio. Ride. Incredibile. Spettacolo spaventoso! Io piango affaticato pieno di voglia di libertà e lui? Ride! Mentre il Dino Capra si allontana dal bancone per andare al cesso a fare chissà cosa, dopo aver consumato il secondo Campari, Lisa la barista dai lunghi capelli ricci e crespi, spruzza alcoolici nei bicchieri della curiosa clientela. Non sarebbe difficile per nessuno fare quello che fa lei… ma solo in apparenza. La spruzzata è controllata alla perfezione, ci vuole tecnica, esperienza e velocità per far sì che nessuno si lamenti. Ci fosse stato un semplice barista uscito dalla scuola alberghiera avrebbe fatto casini. La spruzzata avrebbe macchiato la camicia dell’alcolista irrimediabilmente provocando rabbia, confusione e il professionista di turno sarebbe finito con il viso sotto i piedi del cliente. Lisa con i suoi occhi azzurro cielo e le mani tozze e arrossate dal lavoro manuale non è una semplice professionista, bensì un’artista, amata, desiderata e rispettata compagna delle più profonde e oscure angosce e problematiche del tipico alcolista di paese.

LO SCHIFO

Di Andrea Pauletto


Nulla si avvicina allo schifo quanto un ammasso di cibo e alcool poggiato su di una figura costruita pazientemente grazie ad ore e ore di palestra. Vinco la tentazione di versare nel mio immacolato calice altro vino. La mia mano trema indecisa puntando la bottiglia, ma il cervello dominante e consapevole del potenziale danno che potrebbe arrecare il gesto, sbraita attraverso il sistema nervoso, -Basta. Ferma. Immobile!- Vicinissima al peccato si blocca di colpo e torna al proprio posto. Spossata dall’indecisione, ma serena e soddisfatta, torna a poggiarsi sulla mia spoglia coscia destra. Oggi non è cosa. Già ho esagerato con il condimento di olio sull’insalata. Può passare. L’alcool no! Non posso permetterlo. Qualcuno si è accorto della piccola battaglia che si è appena conclusa all’interno della mia mente. Il tavolo accanto. Con la coda dell’occhio riesco a vederli quasi per intero. Fissano; me. I loro occhi sbarrati e credo, vuoti, me li sento addosso. Come avverto il loro odore. Aspro e pesante. Mi volto e li vedo bene in faccia. Due stronzi!

GESU’

Di Andrea Pauletto


Gesù Cristo. Appeso. Lassù. Croce di legno antico, saldo, consistente. Povere mani, nervose, forti, tenaglie di lavoratore. Lavora tutti i giorni e tutto il giorno quello stesso legno che imprigionerà il suo corpo. Gliele inchioderanno le mani! I palmi all’infuori verso il popolo, il dorso di esse incollato al legno della grezza croce che dovrebbe ingabbiare, secondo loro, l’anima, mente, cuore, dignità di giovane lavoratore.
Tutti i giorni, tutte le mattine, sveglia presto; se non all’alba, poco dopo. Lavaggio facciale, risciacquo orale, nettezza ascellare. Tutto questo grazie alla presenza dell’acqua santa e limpida proveniente dalla nuova tinozza fabbricata pochi giorni prima da lui, giovane falegname. Una incantevole e ben lavorata grossa conchiglia fatta di quel materiale prezioso che viene lavorato ogni santo giorno.
A quest’ora del mattino l’ acqua contenuta nella tinozza sembra fatta di legno. Sì, è… legnosa. Dura, pesante, difficile da sopportare. Quasi spezza le ossa tanto è fredda.
Il fuoco del piccolo camino della dimora del giovane si è spento da un pezzo. L’aria e il vento rigido della notte hanno conquistato ogni angolo dell’alloggio. Alzarsi dal giaciglio pare quasi impossibile in queste condizioni. Il giovane, forte, impavido, determinato, riesce sempre. Sua madre in una stanza adiacente dorme ancora, non si sveglierà che un’abbondante ora dopo; ma è stata lei che ha lasciato la sera prima il recipiente pronto per essere usato. Tutti i giorni, tutte le sere, prepara. Si assicura che il risveglio del figlio sia accompagnato da acqua, pane e latte di capra fresco, profumato, intenso, immolato al consumo mattutino dell’instancabile lavoratore.
La pelle della donna è incredibilmente incontaminata, lattea!
Proprio come il ristoratore liquido bianco che Gesù, suo figlio, sorseggia tutte le mattine con gusto.
Maria.
La chiamano così. Attenta, dolce, laboriosa madre. Decisa, energica, acuta donna di casa. Maria! Madre fiera del manovale più efficiente della provincia.
Il risveglio è leggero, come quello di una piccola creatura che si appresta a scoprire le bellezze e brutture di un mondo non ancora conosciuto. Il corpo riposato non fatica ad alzarsi dalla culla di Signora. Possiede ancora il vigore di una giovincella. Gli impegni, già dalle sette e trenta, le invadono la mente. Gambe e braccia sono mosse dall’orgoglio e voglia di vedere ancora, e ancora, e ancora, il suo pargolo cresciuto e addestrato alla perfezione. Schiena diritta, petto in fuori, piedi ben piantati nel terreno, gambe salde, armi in mano!
Potenti, veloci come pugni nello stomaco questi cinque comandamenti si ripetono ogni dì nella testa di Gesù.
Il sudore allaga il corpo come fosse un orto assetato. Ogni poro della pelle si riempie di acqua salata minuto dopo minuto. Ora dopo ora.
Batti!
Materiale grezzo.
Batti!
Forma indefinita.
Batti!
Potenziale opera meravigliosa.
Batti!
La consegna si avvicina.
Batti!
Senza sosta. Non fermarti.
Senti!
Schiena. Petto. Gambe.
Mani che… tenaglie di Dio Padre, stringono armi precise e fabbricate sapientemente affinché costruiscano ciò che i ricchi signori di città potranno utilizzare per semplice uso domestico, senza nemmeno lontanamente immaginare quanta sofferenza e sacrificio si nasconde dietro le ali della loro fabbricazione.
Schiena, diritta come tronco di pino sorregge l’insistente e pesante battere di ferro contro legno.
Petto, teso, gonfio e fiero, permette alle mani di avvinghiare con sicurezza e tenacia le armi di operaio.
Gambe sode e gagliarde sostengono gli immani sforzi del lavoro giornaliero che durerà fino a tarda sera.
Righe, martelli, trapani, pialle e piallette, innumerevoli assi e forme di legno infestano la casa-laboratorio costruita dal padre mastro falegname ormai deceduto, Giuseppe.
Giuseppe! Giuseppe!
Ogni mattina appena sveglio, il giovane, sente ripetere all’interno della sua mente le precise e potenti parole del padre.
“Svegliati, Cristo.”
“Tu ora, uomo, dovrai stringere martelli e pialle e fabbricare ciò di cui il popolo e i ricchi signori hanno bisogno. Seggiole e seggiolini sui quali accomodarsi senza aver paura che si spezzino da un momento all’altro. Tavoli e tavolate sulle quali poggiare bevande e cibo che saranno consumati con foga o con tranquillità. Mensole e ripiani che accoglieranno ricordi, pergamene, documenti, oggetti sacri e quant’altro. Impegnati, affinché il tuo sonno non sia turbato durante la notte da demoniaci pensieri che possano deviare la tua mente.”
“Tuo ora, il compito di saziare te stesso e il corpo di tua madre affinché siate giorno dopo giorno lucidi e in salute di modo che possiate adempiere con energia ai vostri doveri di cittadini laboriosi servi del dovere. Chinatevi e ringraziate la vita e tutto ciò che vi sta offrendo. Il pane che la mattina, fresco, varca la soglia della piccola abitazione. L’acqua, anche se gelida, con la quale vi rinfrescate gola e labbra e che con il nascere del sole pulisce e rigenera la vostra stanca ma resistente carne. La meravigliosa e frizzante capra che con il suo nettare riempie i vostri lucidi calici ogni settimana, permettendo al vostro organismo di essere sempre fluido e terso. Ma soprattutto, figlio mio, ringrazia me, vecchio padre, che ti ha dato la preziosissima opportunità di apprendere un lavoro.”
“Nulla è più importante di questo!”
“Lavoro. Lavoro. Lavoro. Lavoro.”
“Lavoro, Gesù Cristo.”
La mente e il cuore sono pieni delle parole di suo padre.
Potenti. Incisive. Abbaglianti.
Non per questo l’uomo di casa Gesù dimentica i propri impegni e doveri. Accogliere già dalle otto del mattino i primi clienti che si apprestano a ritirare il materiale che ha costruito o riparato per loro. Sperare che siano soddisfatti del lavoro compiuto, soprattutto, che siano presenti nelle loro sacche i denari da consegnare all’artigiano che ha svolto con fatica il compito richiesto. Lavoro e denari sono per il giovane come sale sgretolato con cura su di una fresca orata di mare appena sfornata, carnosa, morbida, profumata, carne bianca come la pelle di sua madre, cotta al punto giusto, lische taglienti e affilate pronte per essere estratte dalla preziosa carne di un pesce meraviglioso che fino al giorno precedente sguazzava beato e senza paura nel profondo delle acque salate del mare più vicino. Pesce e sale sono vita. Gusto. Piacere. Sapore che accresce la brama di affrontare con spirito di iniziativa la giornata.
Nessuno dei clienti ha il cattivo gusto di presentarsi senza denari. Il giovane è rispettato e tenuto in considerazione da tutti i conoscenti della provincia. Sono apprezzate profondamente le sue opere, che come orate di mare sguazzano solide e ben assemblate nelle abitazioni e anche nei ricchi palazzi della provincia e della città.
Le sue mani meravigliose come pennelli baciati dal Genio, si muovono guidate da una sacra presenza esterna. Agiscono con precisione. Mazza, pialla, scalpello e sega, seguono i movimenti come fossero cani fedeli. Il legno, materiale da lavorare, subisce. Mazza e scalpello lavorano in simbiosi affinché sia eliminata dalla piastra di legno l’area superflua. Bisognerà arrivare alla misura giusta. In caso contrario Gesù e sua madre dovranno accontentarsi di un tozzo di pane e qualche bicchiere d’acqua, per cena.
La consegna si avvicina. A Gesù servono ben due ore per avvicinarsi alla misura concordata. Battito dopo battito lo scalpello disintegra, mordendo tenacemente, il legno in eccesso. Prima dell’incessante martellamento l’artigiano ha dovuto sottoporre la piastra di materiale pregiato alle cure della importante e letale sega; la sua, costantemente lucidata e affilata lama, impiega poco per dividere in due parti la tavola. Parti uguali da operare una alla volta. Dopo l’aiuto di sega, martello e scalpello è giunto il momento delle soffici e morbide pialle e piallette. Solo con la loro resistenza e capacità la misura potrà essere precisa all’inverosimile. Una delle due piastre viene poggiata su di un cavalletto, anch’esso in legno, costruito appositamente per questo tipo di lavorazione. Il treppiedi è composto a sua volta da una piccola morsa di ferro battuto nella quale verrà poggiato il pezzo da operare che sarà stretto all’interno di essa, di conseguenza non potrà muoversi.
Rigido e fiero, subisce. Senza la minima reazione. Rigido e fiero come Maria che avverte insistentemente il figlio di non stancarsi troppo, di rilassarsi anche solo un’ora prima di rimettersi al lavoro. Il pranzo è pronto. Il pranzo è pronto e importante! Solo in questo modo si potranno recuperare le energie e i liquidi persi e consumati durante la difficile operazione. Il figlio, purtroppo, sembra essere immune alla tecniche di convincimento della madre. Niente e nessuno può distrarlo dal lavoro iniziato più di quattro ore prima. La sua mente e cuore, con il supporto di nervi tesi e muscoli dilatati, non mollano. L’operazione deve essere terminata entro sera, prima che il sole brillante e cocente si sia nascosto dietro l’orizzonte. I compagni pomeridiani del falegname son tre, ora. Una pialla e due piallette. Servono per limare, rendere liscia e quasi lucida, la superficie interessata. Con cura e pazienza, entro poco, l’ultimo dei millimetri sarà soppresso. La prima fase del lavoro è affidata a lei, la pialla madre, più grande e consistente delle altre due, figlie. L’estremità di ferro tagliente e mortale riesce con sacrificio e costanza ad eliminare molto del legno superfluo, con l’aiuto delle forti e sicure mani del giovane, poco a poco la sua spatola metallica si fa sempre più calda, quasi incandescente. Ferro contro legno, sfregandosi l’uno contro l’altro producono alte temperature di calore. La mano di Gesù diventa sempre più bollente. Ma niente e nessuno potrà fermarlo. Ricorda le parole del padre.
“Fermati a due millimetri esatti dalla misura prestabilita. Incalza, incalza, incalza. Solo quando la tua mano sentirà dolore, potrai controllare la misura. Per ora, incalza, incalza, incalza!”
Il dolore c’è. Lo avverte. La misura, anche. Due millimetri esatti dalla meta. Giunto è, ora, il momento di utilizzare le due figlie di madre pialla! Piallette che veloci e reattive come il vento, appoggiate sulla superficie solida del costoso corpo legnoso, seguono come saette i movimenti decisi e nello stesso tempo delicati delle mani dell’operaio. Rispettano traiettorie ben precise come fossero disegnate da un accurato architetto. Ma cosa più importante, bruciano, disintegrano nel giro di poco, materiale inutile. Millimetri svaniscono sotto forma di polvere, protetti dalle mura della piccola casa- laboratorio. La superficie è pronta.
Come il suo corpo che sarà immolato grazie a qualcosa di più grande e potente del lavoro e di un semplice pasto caldo. Corpo perfetto e faticosamente scolpito da anni di sforzo e sacrificio. Anche la sua, di superficie, di li a poco sarebbe stata pronta. Lavorata con cura e abilità da mano di professionista dell’ordine.

PREPOTENZA

Di Andrea Pauletto


 

 

 

Bibock. Birra buona. Sull’etichetta c’ è stampata la parola più bella del mondo.

Prepotenza!

La mia testa trema.

Prepotenza!

La pesantezza della parola la sento dappertutto.

Mi penetra. Dai piedi fino su, all’interno del mio cervello.

Prepotenza!

Non l’avevo mai assaggiata la birra della prepotenza.

Ad ogni sorso sento la leggerezza degli ingredienti e nello stesso tempo percepisco anche una certa… forza. Ci deve essere dentro qualcosa di speciale. Un ingrediente tutto particolare. Cosa potrà mai essere? Malto? Luppolo? Lievito?

Secondo me no!

C’ è dell’altro. Mia madre me lo dice tutte le mattine. Non ti fidare mai. C’è sempre qualcosa… dietro. Tutto e tutti nascondono il loro vero volto dietro semplici e banali ingredienti.

Giusto! Maledettamente giusto.

La Bibock è buona. Leggera e potente. La mia testa pulsa. Il mio cervello spruzza nebbia che mi attraversa gli occhi. Non capisco. Che succede?! Vedo le cose storte.

Mezz’ ora fa era tutto così… dritto.

Ora è tutto così… storto.

Le pareti del locale sono oblique.

Il pavimento si è trasformato. Somiglia a uno scivolo per bambini.

I clienti di questo posto da grandi sono seduti a malapena sulle seggiole. Se dovessero spostarsi anche solo di un millimetro, cadrebbero con la faccia sul pavimento.

Fanno finta di nulla, se ne fregano. Sono pazzi! Qui è tutto… storto e… non casca nulla dai piccoli tavoli che riempiono il locale dei grandi.

Tutto rimane in bilico, come se ogni cosa e persona avesse un personale paio di ali enormi e bianche come le nuvole. Mi sento strano, faccio fatica a stare seduto.

Mi aggrappo con forza al tavolo per non cadere dalla seggiola.

Mia madre me lo dice sempre. Tutelati. Proteggiti. Tieni stretto e non mollare mai. Aggrappati alle cose più care e vicine. Tutelati. Sempre.

Non ce la faccio, è più forte di me, non reggo più.

Prepotenza!

Sto per cadere.

Prepotenza!

Vedo doppio.

Prepotenza!

Tutto si muove.

La parola più bella del mondo si è appiccicata con forza dentro la mia testa.

Vedo storto e mi sento storto.

Le uniche cose che riescono a rimanere dritte sono le tre bottigliette di Bibock che serene, immobili e vuote rimangono poggiate sul tavolo, di fronte a me.

Prepotenza!

Lascio tutto.

Prepotenza!

Culo a terra.

Prepotenza!

Sono uscite! Tutte e tre. Le mie Bibock come figlie sono sparse su tutto il pavimento. Ho cercato di reggere ma non ce l’ho fatta. La fontana mi è scoppiata. Il misterioso ingrediente ha reagito dentro di me. Dentro il mio stomaco. Non ce l’ho fatta. Ho allagato il locale dei grandi. Fa tutto così schifo, ora. Sporco di cibo e birra me ne vado accompagnato dagli occhi delusi dei grandi intorno a me.

Sporco sono in strada.

Sporco m’ incammino.

Sporco cerco un cuore.

Sporco cerco braccia,

Sporco vorrei,

essere amato.

Con Prepotenza!

ARCO DELLA PACE (Milano)

Di Andrea Pauletto


 

 

Strada.

Fari abbaglianti, lampioni che corrono.

Puzza. Sudore sul carro guidato dal fiume elettrico che impesta i grandi fili di materiale tecnologico.

Vedo cose. Uomini, donne, persone.

Bambini. Maleodoranti. Di latte e merda.

Gli uomini del carro, luridi. Piacioni. Fissano tutto di me. Testa e piedi.

Vedo. Giacche rotte e sporche di operai stanchi e devastati dal giornaliero straordinario.

I locali finto fashion sono popolati e gonfi di perdenti.

La campana scoppia!

Din, din. Din!

Fermi. Si scende.

Arrivato. Sono arrivato.

Fermata dodici.

Scendo di fronte all’ Arco.

L’ Arco.

Della Pace.

CRACK! (Cocaina)

Di Andrea Pauletto


 

 

Lo senti? Senti che suono. Un rumore tutto particolare. Appena la fiamma sfiora il cristallo. E’ un suono tutto particolare. Senti. Crack!

Proprio così fa, Crack!

La strada è bagnata. Tutto oggi ha piovuto. Dalle sette di questa mattina, penso, fino ad un’ ora fa. Cinque. Sono le cinque e credo di essere in ritardo. Mi devo sbrigare. La strada è lunga. Mi ci vorrà un’ ora. Forse anche di più, l’ asfalto è bagnato, non devo correre, ma fare attenzione, soprattutto stare sveglio in curva, la mia macchina sul bagnato scivola via, non tiene molto. E’ pericoloso correre troppo in macchina di questi tempi, in giro c’ è un sacco di gente completamente svampita che guida come se niente fosse. Ma la patente dove l’ hanno presa? Forse al supermercato con i punti. E’ una vergogna. Io invece sono molto bravo. Non guido ne troppo veloce, ne troppo piano; sono preciso, attento, sicuro, vedo tutto, mantengo anche la distanza di sicurezza, uso le frecce, sempre, prima di mettermi al volante controllo costantemente il funzionamento delle luci, l’ olio, l’ acqua e che il filtro e le candele siano pulite, immacolate. Ma cosa più importante, mi assicuro che non ci siano perdite dal motore. Non vorrei ritrovarmi un giorno a piedi in mezzo alla strada durante uno dei miei viaggi del mercoledì pomeriggio. Rimanere a piedi, mai! Devo essere sempre attento, preciso, tenere tutto sotto controllo. Non sono ammessi errori. Il mercoledì, tardo pomeriggio viaggio. Un’ ora di strada, anche più, dipende dalle condizioni atmosferiche, viaggio contento, voglioso e puntuale. Il mercoledì, tardo pomeriggio alle sedici e trenta inizio a prepararmi. Camicia nera, manica lunga, stirata, jeans puliti, blu, scarpe basse, di marca, capelli pettinati, lucidi, portafogli relativamente gonfio, bottiglietta d’ acqua, mezza piena e voglia, quella sempre.

Sono riposato, ho dormito fino alle quattordici, dodici ore filate. Dopo le mie due birre notturne piene di relax mi sono tuffato tipo pesce nel letto a due piazze quasi sempre fatto e morbido che ospita le mie notti. Mi sono svegliato pieno di propositi e con il viso disteso e fresco sono entrato nel mio bagnetto color vaniglia e li ho fatto festa, sporco sono entrato e… denti, faccia, doccia, cesso. Sciacquato, pulito, fresco e profumato sono uscito. Candido e immacolato mi vesto in fretta. Non dimentico nulla. Chiavi prese, portafogli ce l’ ho, scarpe pure, quindi, andiamo, forza, Mario stai tranquillo che tutto andrà bene, dovrai solo affrontare quest’ ora e poco più di viaggio, poi tornartene indietro verso casa, ancora una volta e… fare ciò che devi!

Accendi l’ auto e via, verso chissà dove. Lo sai tu! Passerà in fretta il viaggetto. La strada scivola via. Tra una rotonda e l’ altra mi accendo una sigaretta per reggere la pesantezza dell’ attesa. Tra un paese e l’ altro che percorro con nervosismo penso, penso e ripenso al momento in cui sarà tutto finito, in cui arriverò a destinazione ed avrò in mano ciò che mi spetta. Manca poco alle sei di sera, l’ ora è quasi passata ed io ho percorso quasi quarantatre chilometri. La strada è tutta diritta, ci saranno un paio di curve ma tantissime rotonde, pare infinito il percorso. Eccomi. Arrivato. Ce l’ ho fatta. In nemmeno un’ ora e mezza. Non ho corso troppo e ce l’ ho fatta rapidamente. Qui dove sono ora, in questo apparente inutile paesino pare non abbia piovuto, la strada è asciutta e bollente, il sole è alto e scotta, una bellezza l’ atmosfera che mi avvolge in questo piccolo, inutile ma accogliente ammasso di case e minuscole palazzine. Sono nel cuore del piccolo paese e cerco un parcheggio, ma è difficile, ci sono macchine dappertutto. Cerco costantemente, nel giro di dieci minuti trovo posto li vicino, quasi accanto al bar dove avrò ciò che mi spetta. Posteggio l’ auto tra la vecchia biblioteca ed il cinema. Il tanto famigerato bar poco lontano da dove sono cresciuto mi attende insieme alla mia adorata e venerata sambuca con ghiaccio e mosca che Marika la barista brutta come il peccato mi prepara amorevolmente non appena mi vede entrare con il mio solito sorriso ironico che mostro solo in certe occasioni. E’ tutto perfetto. Tutto… sotto controllo. Sorseggio con decisione. Una, due, tre. Amo la sambuca, ha un gran bel profumo. Arrivato alla terza riesco a rilassarmi quasi completamente. E’ un bel momento. Manca solo una cosa, il mio amico, l’ amico del mercoledì pomeriggio che non arriva mai puntuale. Lo sento però. E’ vicino, lo sento. Infatti arriva nel giro di poco. Entra, mi vede, sorride, si fionda su di me e stringe il mio corpo con un calorosissimo abbraccio. Solo lui sa come farmi felice. Non parliamo molto. Basta un, ciao come va, poi ognuno per la sua strada. Stiamo poco insieme, il mio amico biondo del mercoledì tardo pomeriggio mi da una stretta di mano, non beve nulla poi sparisce, esce dal bar come se niente fosse, mi da ciò che mi spetta, con una stretta di mano, senza farsi vedere troppo da nessuno. Una stretta di mano che vale duecento euro. Dentro quella mano ci sono duecento euro di gioia. Mi passa il tutto e se ne va! Anch’ io dopo le mie sambuche esco dal mio amato bar e ciondolante mi avvio verso l’ auto, la accendo e torno a casa pronto e contento per fare ciò che devo… fare. Per non pensare, per non demoralizzarmi, per stare con me stesso e divertirmi in solitudine. La strada del ritorno è lunga e a quest’ ora ci deve essere qualche posto di blocco che incontrerò sicuramente ma che con arguzia, calma e nervi saldi eviterò. Non mi hanno mai fermato in macchina e non lo faranno mai. Io ho il viso del bravo ragazzo, sono leggermente ubriaco ma non a livelli indecenti. Infatti, sono salvo. Ne ho visti tre di posti di blocco e nemmeno uno mi ha ostacolato. Sano e salvo arrivo a casa. Posteggio con calma, estraggo le chiavi dalla tasca, apro la porta e mi tuffo nella mia siderale solitudine, nel mio piccolo, accogliente appartamento. Sono pronto per iniziare. Devo rilassarmi e… cucinare.

Gli attrezzi sono tutti li, pronti per essere utilizzati, basta poco, una bottiglietta d’ acqua piena a tre quarti, un poco di carta stagnola, due umilissimi pacchetti di sigarette, il potentissimo accendino bic, un cucchiaio magico ed onnipresente, una semplice cannuccia, poi lei… la sostanza, la gioia, la compagna delle sole sere di un ragazzo sensibile e voglioso, lei che si nasconde nelle mie calze per evitare i posti blocco. Duecento euro di gioia e leggerezza nelle mie pulite e profumate calze. Estraggo il tutto e lo poso sul tavolo della mia amorevole cucina. Accendo al massimo il fornello elettrico, nel frattempo butto la sostanza nel cucchiaio, duecento euro su di un umile pezzo di ferro, duecento euro di gioia che sciolgo immediatamente con due gocce di acqua sul mio affidabile ed onnipresente cucchiaio. Manca solo una cosa. La più importante. E’ fondamentale, senza non esce nulla. Cerco per tutta la casa, corro da una stanza all’ altra, quasi mi dimentico, fatico a trovarlo, dove può essere?

In cucina non trovo nulla, nemmeno nella camera da letto. Dov’ è? Dov’ è? Dov’ è? Sono nella merda! Ora che faccio? E’ l’ ingrediente più importante. Senza di esso tutto finisce. Sprecherò le mie duecento euro di gioia che porto nelle calze… Ah… trovato! Sì, cazzo! Se ne stava li solo in un bidoncino di metallo alle porte del mio bagnetto color vaniglia! E’ bellissimo! Bianco e puro, al cento per cento! Eccolo, nella scatoletta color azzurro mare. Se ne sta li dentro buono, buono. Sono strafelice! Sì! Sì!

Ora ho tutto. Non manca nulla. Sono pronto per offrire alla cucina la mia esperienza di cuoco.

Fornello, acceso, al massimo, bottiglia pronta, trasformata, come per magia diventa una grossa pipa. Cucchiaio, pieno di sostanza, due, tre gocce d’ acqua e lui… l’ ingrediente più importante… puro, purissimo bicarbonato di sodio, colui che pulirà il tutto, colui che trasformerà gioia chimica e sporca in gioia pulita e candida, colui che distruggerà tutte le impurità, colui che trasformerà questa sostanza polverosa in un concentrato di cristalli pronti per farmi tremare, come tutti i mercoledì tardo pomeriggio, il mio solo e fragile cervello!

Cinque minuti ai fornelli mi bastano, il tutto si è sciolto nel cucchiaio, uso dei pezzi di carta scottex per asciugare la sostanza che rimane umida, aspetto altri cinque minuti poi poso il tutto su di un piatto. Devo dare il tempo alla mia gioia, al mio tesoro, di asciugarsi bene, bene.

Ho una voglia pazzesca, non posso descriverla a parole. E’ magnifica, dura, bianca, quasi si illumina, vedo come… una… luce. No, che dico. Sono i miei occhi che si illuminano. Non resisto. Devo battezzare il momento. Strappo un pezzo di cristallo, lo poso sulla bocca della bottiglia piena di cenere. Mi attacco alla cannuccia come ber succhiarla, tiro, insieme alla fiamma che sfiora il cristallo e poi…

Bum! Bum! Bum!

Tre colpi, tre fumate e…

Mi trema la testa, mi trema il cervello, mi tremano gli occhi!

Ma io me ne fotto!

Riesco solo a pensare a questo.

A questo. Sento solo questo.

Lo senti? Senti che suono. Un rumore tutto particolare. Appena la fiamma sfiora il cristallo. E’ un suono tutto particolare. Senti. Crack!

Proprio così fa, Crack!